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venerdì 13 novembre 2015

Capitalista e proletario, prodotti di un sistema malato

Il senso di valorizzazione del proprio lavoro, qualsiasi esso sia, dovrebbe essere sempre presente in una persona, in quanto qualsiasi lavoro ha una funzione all’interno di un meccanismo che può essere  complesso come un’industria.  Nell’attuale stato di cose, però diventa sempre più duro vedere persone serie e impegnate nel loro compito, perché coscienti di far parte di un’impresa e che facendo male la propria parte, va tutto a discapito del prodotto o servizio fornito al cliente. La distanza e il freddo distacco tra il capo e l’operaio si tramuta in avversione e rivendicazione di diritti, antagonismi che non possono che portare discordie, rallentamenti che sono da ostacolo per una normale attività. La consapevolezza da parte del sottoposto   di essere un dipendente e il riconoscimento del proprio capo quale superiore, deve precludere un rapporto in cui il proprietario veda i propri dipendenti per quali sono, uomini che forniscono energia in un processo organico in cui, come in un grande organismo, tutti a loro modo collaborano nello svolgimento di un determinato compito.


La rottura di questo legame tra il capo-capitalista e il produttore-rivendicatore di diritti crea sfaldamenti interni che non permettono un’azione ordinata e corretta, in cui ciascuno vede solamente il lato egoistico, in quanto il capitalista considera il dipendente come mezzo per ottenere il maggior numero di ore lavoro con la minor retribuzione possibile e contemporaneamente l’operaio cerca la maggior retribuzione per il minor numero di ore, in un vortice infinito di proteste e contrasti.
Le precedenti esperienze corporative in Italia e in Germania, (ma anche in Austria, Spagna, Portogallo) insegnano che ciò è possibile, in cui lo spirito di comunità produttiva e solidarietà uniti alla qualificazione e competenza dovuta ad un preciso sistema gerarchico garantiva l’eccellenza, sempre seguendo una rigida impersonalità attiva e senso della dignità.
In tale senso bisogna sempre tener presente come l’ordine economico all’ interno dello Stato sia un’ordine di mezzi, e non il fine, e che quindi esso sia subordinato all’ordine etico-politico che trascende la materialità e il profitto (aberrante quindi l’affermazione “Stato del lavoro”): tale visione prevede l’eliminazione del tipo del mercante col subentrare di una presa di posizione virile di fronte alle proprie competenze ed il proprio dovere.
Sulla questione ecco alcune illuminanti parti tratte da ”Gli uomini e le rovine” di Julius Evola:
 “ Le condizioni elementari per un ripristino dell’accennata condizione di normalità sono dunque da un lato (in basso) la sproletizzazione dell’operaio, dall’altro, in alto l’eliminazione del tipo deteriore del capitalista, semplice beneficiario parassitario di profitti e di dividendi, estraneo al processo produttivo. (…)
 in un nuovo sistema corporativo il capitalista, il proprietario dei mezzi di produzione, dovrebbe invece riprendere la funzione di capo responsabile, di dirigente tecnico organizzatore al centro dei processi aziendali, e mettersi a stretto, personale contatto con gli elemneti più fidati e qualificati dell’impresa come in una specie di stato maggiore, avendo inorno a sé maestranze solidali, libere dal vincolo sindacale, fiere invece di appartenere alla sua azienda.” (…)
 “Nella varità di un lavoro essenzialmente meccanico è ben difficile che possa conservarsi il carattere di “arte” e di “vocazione” e che le estrinsecazioni di esso rechino l’impronta della personalità. Da qui il pericolo, per l’operaio moderno, di essere portato a considerare il lavoro come una semplice necessitàe le sue prestazioni come la vendita di merce ad estranei contro il massimo compenso , venendo meno i rapporti vivi e personali che nelle antiche corporazioni , e ancora in molti complessi del primo periodo capitalistico, erano esistiti tra capo e maestranze. (…)Bisognerebbe che l’autonomia e il disinteresse già  propri all’antico corporativismo risorgessero(…). A tale riguardo sarebbe decisiva una disposizione non dissimile da quella di chi sa tenersi in piedi anche nel logorio di una guerra di posizione. E sotto certi aspetti la prova , fra macchine e complessi industriali sviluppatisi fino a dimensioni mostruose , potrà essere per l’uomo medio, più ardua da superare  che non nel caso delle esperienze di guerra, perche se in queste ultime la distruzione fisica è la possibilità di ogni istante, tuttavia una serie di fattori morali ed emotivi forniscono all’uomo un sostegno che in gran parte è inesistente sul grigio, monotono fronte del lavoro moderno.”

lunedì 31 agosto 2015

Europa, ascolta la lezione di Putin

Ora che la crisi greca è rientrata, almeno apparentemente e momentaneamente, sarebbe finalmente opportuna un po’ di autocritica. La dovrebbe fare l’Occidente in generale, totalmente schiavo dei grandi gruppi finanziari che muovono come marionette le istituzioni del vecchio e del nuovo Continente.

La dovrebbe fare ancora di più quella Unione Europea che, oltre ad avere sulla coscienza la non ortodossa Terza Guerra Mondiale che si sta consumando nel disinteresse dei media e che sta segnando la colonizzazione lenta dei Pigs da parte di Francia e Germania, continua ad andare acriticamente a rimorchio degli Stati Uniti: un viaggio con l'unica bussola dell'interesse personale. Deve risultare chiaro che mai come in queste settimane si è andati vicini, vicinissimi alla Quarta Guerra Mondiale. Sarebbe bastato poco: se la Russia avesse lanciato un salvagente a Tsipras, riscattando il debito nei confronti della Troika e offrendo loro condizioni più umane e realistiche, la Grecia sarebbe passata sotto la sua influenza e avrebbe aperto una breccia difficilmente rimarginabile nella credibilità di un'Unione azzoppata nei suoi valori costituenti. L'effetto a catena è facilmente immaginabile: le uscite di Austria e Ungheria sarebbero state inevitabili, visto che non da oggi si mostrano insofferenti verso la diarchia franco-teutonica che regge l'Europa.
In un simile contesto la figura di Putin si sarebbe rafforzata, dopo aver smascherato una volta per tutte le condizioni usuraie che la Troika impone da anni ai Paesi che ha messo in difficoltà lei stessa (grazie anche alla complicità di agenzie di rating sulle quali peraltro sono aperte diverse inchieste giudiziarie). Putin aveva già lasciato correre ai tempi della crisi di Cipro, evitando conflitti con USA e con UE. Sicuramente però sfilare la Grecia dalla sfera d'influenza europea sarebbe stata un'occasione mediaticamente più succulenta che non la piccola isola del Mediterraneo. Un'occasione più simbolica che non economicamente vantaggiosa, certo. Eppure ancora una volta è prevalso il buon senso del premier russo, che ha evitato le reazioni isteriche della politica obamiana.

E laddove non arriva l'autocritica americana, ci si aspetterebbe che almeno l'Europa battesse un colpo, quell'Europa culla delle migliori diplomazie mondiali che dovrebbe ritrovare il suo pragmatismo e la sua prospettiva di potenza mondiale. E invece l'UE, spinta dalla Germania — a sua volta pressata degli States — starebbe studiando altre sanzioni contro la Russia. Una decisione tanto più grottesca visto che Putin ha a più riprese offerto disponibilità a supportare azioni contro l'avanzata del terrorismo islamico in Medioriente.
 
Questa sì una apertura fondamentale perché, in controtendenza rispetto al passato, potrebbe portare ad un fronte Occidentale e Orientale compatto nei confronti dell'Isis e a difesa di quella rete valoriale e culturale che dovrebbe essere il collante ultimo della Comunità europea. A Obama non è bastato destabilizzare col suo aperto supporto alle primavere (anglo)arabe un'intera regione che anni di impegno dei suoi predecessori avevano contribuito a stabilizzare. Così, in piena scadenza di mandato, continua a muoversi sullo scacchiere internazionale come un elefante in cristalleria. Imperterrito insiste a stuzzicare una Russia che a differenza degli Usa rimane l'unico punto fermo per la comunità di popoli che compongono la variegata Europa.

Oggi l'Europa insegna al mondo soltanto l'egoismo profondamente nazionalista radicato nella Germania della Cancelliera Merkel, che crede di essere la presidentessa degli Stati Uniti d'Europa. Eppure il referendum greco dovrebbe averle dato un assaggio di che cosa pensano molti cittadini delle sue idee. Ma tanto il consenso popolare è ormai diventato un optional: se non serve per legittimare un governo nazionale (per esempio l'Italia), figuriamoci a livello di organismi sovranazionali.
E pensare che recentemente Romano Prodi ha presentato il salatissimo conto delle sanzioni per l'Italia: persi 85mila posti di lavoro e lo 0,9% di Pil. Quando si alzerà qualcuno al Parlamento europeo chiedendo un dibattito vero sulla politica internazionale comunitaria che ci si vuole dare da qui al 2040? Oggi vengono solo presentati e votati documenti già preconfezionati dagli USA: è questa l'idea di Europa che hanno Merkel e Hollande? Ormai è andata perduta la missione che ci si era dati quando si fondò l'Europa: creare un terzo blocco mondiale. Ora non solo non siamo terzo referente nel globo, ma stiamo rischiando anche la nostra stessa identità, schiacciati come siamo dal terrore verso le tradizioni che ci hanno fatto grandi in passato e dalla sudditanza verso una grande super potenza che dopo la Seconda Guerra Mondiale è intervenuta solo dove aveva interessi economici.
 

giovedì 27 agosto 2015

Nuova crisi mondiale, stavolta senza riserve. Ma il sistema vince sempre...


Fonte: www.maurizioblondet.it
Quanti milioni di disoccupati in più ci produrrà questa seconda crisi sei anni dopo l’inizio della prima, mai risanata? Come ha ben detto Libération, qualche giorno fa, dopo il 2008 bisognava come minimo separare le banche di deposito dalle banche d’investimento, regolamentare la finanza. Invece “si spostate le sdraio sul ponte del Titanic”. E chi poteva far cambiare la rotta? Gli stati sono divenuti ostaggi di 28 banche sistemiche – che sono riuscite nel capolavoro di scaricare i loro fallimenti privati e debiti marci in debito pubblico, accollato a noi contribuenti. Che ci siamo sorbiti, e ci stiamo sorbendo, la recessione-deflazione -depressione da loro prodotta, mentre loro (per bocca dei loro banchieri centrali di servizio) ci davano le lezioni, ci frustavano: spendete troppo in welfare! Abbassatevi i salari! Non vedete quanto è cresciuto il vostro debito pubblico? Fate le riforme. Ancor ieri dalle latèbre della BCE di Draghi veniva la voce cavernosa che, per superare questa nuova crisi, bisogna fare le riforme, ossia rendersi più competitivi, perché il capitale deve avere di più, il lavoro di meno.
La stessa zuppa da sei anni. Adesso il Titanic è entrato di nuovo in collisione contro lo stesso iceberg – e stavolta, il materasso delle finanze pubbliche, che hanno fatto funzionare a loro vantaggio nel 2008, è sgonfio e vuoto. Sgonfie e vuote le famiglie,d ove già si mantengono dei figli o dei coniugi disoccupati. Andiamo al nuovo collasso mondiale senza scudi né riserve. E con una classe politica di parassiti disonesti che non hanno alcuna idea di come governare una crisi epocale numero 2: si sono sempre affidati ai tecnocrati, agli ideologici della globalizzazione, a agli eurocrati, banchieri, centrali e speculativi; la casta amministrativa strapagata ha perso ogni residua competenza. Si limiterà, secondo gli ordini ricevuti da Francoforte, Bruxelles e Wall Street, a azzerarci la previdenza, a stringerci i ferri alle caviglie, a depredarci delle ultime sostanze con la torchia fiscale.
Una comica stupidità mondiale accoglie questa nuova (prevedibilissima) depressione, quasi ci sarebbe da ridere. Nel 1929, dattilografe e fattorini americani si indebitarono per giocare nella borsa che saliva e saliva. In una tragicomica, colossale replica della stessa idiozia, 90 milioni di cinesi non hanno giocato soldi loro, ma hanno preso a prestito da banchette usurarie nate come funghi (talvolta banchi dei pegni) per giocare nella loro Borsa. In Occidente, qualcuno s’è persino stupito che “ci coinvolge al crisi della Cina, adesso?”. Eh sì, si chiama globalizzazione, ragazzi: non ci sono compartimenti stagni, tutte le economie sono aperte da tutti i lati a tutti i contraccolpi, dovreste averlo imparato…invece no. Le banche mondiali, e gli ideologhi del capitalismo hanno obbligato a smantellare tutti gli “ostacoli” ossia i muri tagliafuoco – e il fuoco adesso si espande e divampa.

Ma in fondo, i 90 milioni di cinesi non sono stai i soli a credere. Anche qui da noi si è negato che la Cina era in reale stagnazione. Che in Cina il 44 % del Pil è rappresentato da “investimenti” – investimenti soprattutto in case catorcio vuote, visto che tale “investimento” così colossale genera una crescita non più del 7, ma più probabilmente del 5%.

Occhi ansiosi si sono rivolti alla BCE. In attesa di una parola salvifica. Cosa farà Draghi? Farà “qualunque cosa serva”? Draghi tace (è furbo. Lo sappiamo). Ha parlato il vice-presidente della BCE, Vitor Constancio, che ha voluto tranquillizzare con una frase tipo: la Borsa cinese non può far tanto danno, perché è sconnessa dall’economia reale.
Da cui nasce un enigma: è così cretino di natura, o il panico lo fa’ sragionare?
La Borsa cinese è sconnessa dall’economia reale? Magari hanno un’altra sensazione Brasile, Australia, Canada, Thailandia, Sudafrica, Sudamerica, insomma tutta la galassia di economie emergenti il cui benessere crescente dipende (va) dalle materie prime che hanno venduto alle industrie cinesi; e che i banchieri hanno indebitato, offrendo loro crediti illimitati, fino al collo – “tanto crescete”, nessun problema a servire il debito. E adesso devono pagare i mucchi di debiti in valuta estera che hanno contratto senza pensieri in questi anni di boom , senza gli introiti dell’export ai cinesi. Oppure chiedetelo al Giappone, anch’esso dedito all’export, o alla Germania, export-dipendente,s e non soffrono del rallentamento – anzi dell’arresto del Titanic cinese contro l’iceberg. Ma peggio che il collasso economico è – se possibile parlare di peggio – la distruzione che sta seminando fra i BRICS, che sono i suoi alleati politici, quelli dalla cui coesione dipendeva il disegno formare un blocco in grado, per dimensioni, di essere alternativo all’egemonia dell’Impero del Caos. Adesso, Sudafrica India, Russia e Brasile sono in grado di mantenere una coesione politica, quando gli interessi li oppongono così spietatamente?

Il sistema finanziario occidentale? Vediamo. Federal Reserve e BCE, Banca del Giappone, eccetera, lo forniscono dal 2008 ininterrottamente, di triliardi e triliardi di euro e dollari a tasso praticamente zero; con questi triliardi, andavano a indebitare i paesi emergenti che crescevano (perché diventati dipendenti dalla compra cinese delle loro materie prime); adesso, il sistema finanziario occidentale è “dipendente” – nel senso di tossicodipendente – dal credito gratuito o quasi che otteneva. Se la Fed propone vagamente di alzare i tassi un giorno o l’altro, Wall Street crolla, la giostra si paralizza; allora bisogna promettere che no, non si aumenteranno i tassi, e la giostra riprende – sempre più cigolante, è vero. Adesso però se i tassi bisogna abbassarli – il solito trucco per dare fiato alla pompe à phynance, come si fa? Nessuno sa più bene come fare.
Certe menzogne si sgonfiano con la mega-bolla. Per esempio, quella che gli Usa “sono in ripersa”, al contrario dell’Europa.
“I mercati si stanno rendendo conto che non c’è alcuna ripresa economica”, ha detto l’economista Philippe Herlin a Sputnik News..”i paesi emergenti erano la sola speranza che restava (ah sì? Ndr) ed han cominciato a cadere come tessere del domino. Le cifre economiche date dai governi non sono realistiche. Con al mondializzazione, siamo tutti nello stess paniere”.
Già, chi l’avrebbe mai detto? “Se un paese come la Cina rallenta, ci sono ripercussioni”. Ma non senza bruciare il grano d’incenso ald ogma: “Non è certo trincerandosi dietro le frontiere che si risolvono i problemi”.
No, cosa andate a pensare. Certi governi, come quello tedesco negli anni ’30, ebbero successo nazionalizzando le banche fallite, cacciando a calci nel sedere i rpivati; altri proposero di retrocedere allo stato, sottraendolo alle banche private, il potere di creare denaro dal nulla. Il Terzo Reich visse una sua prosperità in “vaso chiuso”, mentre attorno tutto il mondo gelava nella Grande Depressione, con l’emissione degli Effetti MeFo e l’espansione del baratto nel commercio mondiale. Non a caso, tutto ciò è stato archiviato come Male Assoluto.
Ora c’è la libertà di commercio, si spostamento dei lavoratori, di immigrare e di delocalizzare il capitale è sempre più efficiente, ossia paga sempre meno il lavoro – e presto non ne avrà bisogno.
Quini, cari milioni di nuovi disoccupati, di nuovi pensionati senza pensione, di nuovi tartassati – preoccupatevi pure. Ma loro, non si preoccupano.
Anzi stanno vedendo il lato buono della crisi. “Petrolio basso?vantaggio globale”, dice un titolo
del Sole 24 Ore. “La Cina stra affrontando la transizione da un’economia di export a una volta ai cosumi interni…una buona notizia”, ha detto Ennio Doris, il banchiere tutto attorno a voi.
E Goldman Sachs (l’azienda di Draghi) comunica: “Il collasso dei prezzi delle commodities è stato mal interpretato: lo prendono come un segno del rallentamento economico, invece è dovuto all’aumentata disponibilità”. Sic. Non invento niente. Se il petrolio è basso, non è perché nessuno lo vuole più, ma perché è abbondante.
Anche negli anni Trenta, quando la gente moriva di fame e i disoccupati erano il 30% degli americani attivi, si buttava il grano e il latte in mare: non mancavano i soldi per comprarlo, era che se ne produceva troppo. Non si parlava di perdita di potere d’acquisto – si parlava di sovrapproduzione. Basta intendersi sulle parole. Siate certi, disoccupati, che per Goldman >Sachs va’ tutto bene. Il migliore dei mondi possibili. Al massimo, si spostano ancora le sdraio sul ponte del Titanic – in cui siete voi, non lorsignori. Loro hanno l’aereo.

“L’invincibilità ineluttabile del Sistema risiede nel fatto che nessuno scappa alla catastrofe che genera da se stesso”, ha scritto Dedefensa: Il Sistema vince sempre, e mostra la sua superpotenza precisamente nell’autodistruzione.
Maurizio Blondet

venerdì 21 agosto 2015

L'usura il vero male: la lezione economica del poeta Ezra Pound


Ezra Pound era un poeta: e i poeti, qualche volta (non sempre) vedono più lontano degli specialisti e dei “tecnici”, siano essi specialisti e “tecnici” della politica, dell’economia, della finanza, e perfino della scienza. Quel che Pound aveva visto con folgorante chiarezza, pur nella modestia della sua cultura economica e finanziaria, era una cosa fondamentale, che, strano a dirsi, continua a sfuggire a molti economisti e a molti esperti del mondo finanziario; a meno che non sfugga loro intenzionalmente: ma allora ci troveremmo in presenza non di specialisti e di “tecnici” che, per un eccesso di specialismo, tecnicismo e riduzionismo, hanno perso di vista l’insieme, ma, molto più semplicemente e banalmente, di corrotti e traditori, che hanno venduto l’interesse generale in cambio di vantaggi personali. In breve, Pound si era reso conto che l’intera storia del mondo moderno è la storia di una lotta continua, incessante, senza quartiere, fra l’usura e il lavoro; guerra combattuta talvolta con le armi, più spesso con i tassi d’interesse sui prestiti che le banche concedono ai privati e perfino agli Stati sovrani, i quali ultimi, in cambio, cedono gradualmente quote della loro sovranità, indebitandosi sempre di più e accumulando un peso debitorio che, alla fine, li mette completamente alla mercé dei creditori.
Oggi la cosa è divenuta talmente palese, che anche l’uomo della strada ha finito per rendersene conto, o, quanto meno, per averne una certa qual consapevolezza, e sia pure incompleta e superficiale, sia pure priva di adeguati riscontri e conoscenze puntuali; negli anni Trenta del XX secolo ciò poteva anche non essere altrettanto evidente, specialmente per un poeta. Quel che aprì gli occhi a Pound non fu la crisi del 1929 in se stessa, ma la “scoperta” degli antichi statuti del Monte dei Paschi di Siena: di una banca, cioè, sorta proprio allo scopo di concedere prestiti a interesse moderato, e mirante non all’arricchimento sfrenato mediante il nodo scorsoio dell’usura nei confronti del debitore, ma avente lo scopo preciso di sostenere il piccolo commercio e la piccola impresa, di sostenere i singoli e le famiglie in difficoltà, in modo da promuovere, o contribuire a promuovere, il benessere e l’attività produttiva dell’intero corpo sociale.
Nella loro saggezza, i fondatori del Monte dei Paschi di Siena, nel tardo XV secolo, avevano visto e compreso che nessun privato e nessun gruppo sociale possono progredire e avvantaggiarsi, quando l’intera popolazione soffre nelle strette dell’indigenza; che la povertà sempre crescente dei molti non può finanziare, all’infinito, l’accumulo di ricchezza di pochi, o di pochissimi, pena il corto circuito dell’intera struttura sociale e l’insorgere di violenze, carestie, rivolte, guerre, le quali, comunque, ben difficilmente varranno a ripristinare l’armonia del corpo sociale, fin tanto che non si deciderà di agire sui meccanismi perversi della finanza – oggi diremmo: dell’economia virtuale e speculativa –  tendenti a distorcere il sano ed equilibrato rapporto fra lavoro, risparmio individuale e benessere collettivo. Il vero conflitto, dunque, non è – come vorrebbe il marxismo – fra capitale e lavoro, perché il capitale e il lavoro sono i due termini di una sana e necessaria dialettica economico-sociale; il vero conflitto, conflitto malefico e puramente distruttivo, è quello fra lavoro ed usura, intesa, quest’ultima, nel senso più ampio del termine: ossia tutto ciò che vive, parassitariamente, a spese del lavoro, e non incrementa la produzione, anzi, la frena e la scoraggia, né favorisce il risparmio, bensì lo distrugge, perché sottrae capitali a chi produce e li fa crescere a vantaggio di chi non produce, non lavora, non risparmia (nel senso intelligente del termine), ma vuole accumulare una ricchezza sterile e mostruosa, tendenzialmente illimitata, la quale, come una piovra maligna, assorbe e divora, una dopo l’altra, tutte le parti sane della società, fino a togliere ogni speranza, non solo di lavoro, ma di un futuro qualsiasi, alle giovani generazioni.
San Bernardino da Siena, che tanto si era impegnato sul fronte della questione sociale, e tanto si era adoperato per il prestito a basso tasso d’interesse, scagliandosi contro usurai ed Ebrei, muore nel 1444; il Monte dei Paschi di Siena viene fondato nel 1472, con la precisa finalità di soccorrere il lavoro e di favorire il piccolo risparmio, vale a dire come un vero e proprio monte di pietà, con la missione di soccorrere le classi e le persone disagiate. Le due date non sono lontane, le finalità sono pressoché identiche, come pure il luogo: tutte queste sono delle mere coincidenze? Ed è forse una coincidenza il fatto che si sia messo il silenziatore sull’aspetto sociale ed economico  dell’apostolato di San Bernardino, così come si è scagliato l’anatema, o si è fatto cadere il velo dell’oblio, sulla dimensione sociale ed economica degli scritti di Pound e dei discorsi da lui pronunciati alla radio italiana durante la Seconda guerra mondiale, nei quali denunciava l’affarismo delle grandi banche e la volontà del governo americano di scendere in guerra, apparentemente per la difesa della libertà e della democrazia, ma in effetti per ripristinare il sistema mondiale della speculazione finanziaria e dell’usura, messo in crisi dal sorgere del modello alternativo rappresentato dal fascismo?
Ha scritto Walter Mariotti nel suo articolo «Pound e l’MPS, banca contro l’usura» (sul mensile «Communitas», Milano, febbraio 2007, pp. 27-35):
«Un mondo nuovo. Dove il denaro è fondato sull’abbondanza della natura per tutti e non sulle speculazioni finanziarie di pochi.  Dove il tasso di interesse è controllato e umano,  dove l’orario di lavoro è ridotto per assistere le famiglie e gli anziani, dove la base dell’economia non è l’usura ma la natura.  Non sono le teorie di un economista visionario ma di un poeta, l’americano Ezra Pound, che davanti agli Statuti del Monte dei Paschi di Siena, scoperti grazie all’ospitalità del conte Guido Chigi Saracini, capì tutto. Capì che la sua Musa non poteva più fare a meno di occuparsi dell’economia. Capì che le Magistrature repubblicane,  che nel 1472 (Cristoforo Colombo non aveva ancora scoperto le Americhe)  avevano fondato la prima banca del mondo, erano nel giusto. Una folgorazione. Quello era il modello per il mondo che si doveva costruire, a costo di seguire l’assurdo Benito Mussolini e la sua crociata contro la demoplutocrazia anglosassone, che ispirata dalla Banca d’Inghilterra stava distruggendo l’Europa e l’America in nome dell’usura. Per Pound, quegli statuti senesi erano una possibile risposta al nodo da sciogliere: quello fra interessi finanziari ed etica dello Stato. Il suo avvertimento era rivolto agli uomini del nostro tempo: le lotte, le grandi lotte che viviamo in maniera sempre più drammatica (dall’epilogo della Seconda guerra mondiale, in poi) sono, in realtà, la proiezione  della lotta mortale fra l’usura, apolide e piratesca, e gli interessi di uno Stato ideale, che, rifiutandosi di asservirsi  alle logiche finanziarie finalizzate al puro profitto, indebitandosi, dovrebbe difendere le ragioni vitali dei popoli […]. Da allora, l’elaborazione di un sistema politico ed economico efficace contro l’usura, diventerà il cuore delle riflessone di Pound, che nei suoi interventi intensifica la polemica contro le manovre politiche internazionali e l’anno seguente (1933), nell’”Abc dell’economia”, scrive: “La guerra è parte dell’antica lotta tra l’usuraio e il resto dell’umanità: tra l’usuraio e il contadino, tra l’usuraio e il produttore e, infine, tra l’usuraio e il mercante, tra l’usucrocrazia e il sistema mercantilista”. E sarà ancora l’usura la molla che lo spingerà all’ammirazione definitiva del fascismo e di Mussolini, incontrato proprio sul finire del 1933: “L’usura è il cancro del mondo che solo il bisturi del fascismo può asportare dalla vita delle nazioni”, disse. Dichiarando la necessità di disciplinare le forze dell’economia  e adeguarle alla necessità della nazione. […]
[A Radio Roma, tra il 1941 e il 1943] attacca la guerra, l’interventismo di Roosevelt, la filosofia degli Alleati. L’alleanza tra il governo statunitense, la finanza inglese e il bolscevismo sovietico è contraria alla vera tradizione americana: “Non c’è nessun motivo per l’intervento degli Stati Uniti, perché il luogo dove difendere l’identità americana è il continente americano”. Ancora una volta è l’usura la causa della guerra e saranno “l’usura, l’oro, il debito, il monopolio, l’interesse di classe e l’indifferenza verso l’umanità a vincere davvero il conflitto”. Qualcuno legge in quei discorsi “rare perle di saggezza”, ma per le autorità americane sono “un miscuglio confuso di apologetica fascista, teorie economiche, antisemitismo e giudizi letterari”, che alla fine di luglio spingeranno per una sentenza di tradimento contro lo “pseudo americano Pound”. […]
[In due lettere private scritte al conte Chigi, nel gennaio e nel febbraio 1944] ha ancora la forza di criticare la stampa traditrice, l’usurocrazia che muove il mondo e gli scempi degli Alleati, che bombardando l’Italia e distruggendo i suoi monumenti hanno distrutto  i simboli dell’umanità occidentale. Chiarisce, infine, in tre lucide righe, il suo rapporto con il fascismo: “Io volevo una riforma moderata. Dico Riforma, perché in essenza il ripristino della sanità già dimostrata dai fondatori del Monte dei Paschi in un mondo impazzito dai seguaci dei guastatori, stile San Giorgio”. E conclude ancora una volta con l’idea elaborata proprio a Siena dodici anni prima: Questa guerra non s’iniziò nel 1939 ma nel 1694 a Londra (data di fondazione della Banca d’Inghilterra, ndr) facendo parte della guerra tra usurai, ovvero usuroni, e chiunque produce, chiunque fa crescere il grano”. […]
A trentacinque anni dalla morte di Ezra Pound (1972) il problema su cui ha passato l’intera vita rimane ancora sul tappeto: la perdita di sovranità dello Stato di qualsiasi nazione indebitata a favore di quella illimitata del potere finanziario creditore, che all’epoca in cui Pound scriveva poteva sembrare un’oscura e catastrofica previsione è, oggi, una realtà incontestabile. Quasi tutti i Paesi del mondo, senza esclusione, sono o si avviano a diventare debitori di potenze finanziarie globali, super e trans nazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, in primo luogo).  Così come, a livello individuale, viviamo nell’epoca del credito al consumo dei bilanci familiari in default (fenomeno che Pound nemmeno immaginava). Forse bisognerebbe ripartire dagli statuti delle magistrature repubblicane senesi del 1472, e provare a uscire dal malinteso poundiano: ciò che è del popolo resti al popolo e alle sue forme di auto-organizzazione, lo Stato ideale non c’è e lo Stato, se c’è,  favorisca l’auto-organizzazione del popolo.» Al di là dei giudizi specifici su Mussolini e della personale conclusione dell’Autore del brano sopra riportato, secondo la quale lo Stato non può o non sa opporsi allo strapotere delle grandi banche e, pertanto, dovrebbe limitarsi a favorire una non meglio precisata auto-organizzazione popolare, ci sembra che in questa sintesi della posizione di Pound sulle questioni economico-finanziarie ci sia praticamente tutto; e va dato atto che, di questi tempi, è raro trovare un giornalista o uno studioso che sappia dire pane al pane e vino al vino, con altrettanta franchezza.
Ecco perché il pensiero di Ezra Pound sulle questioni del lavoro, della produzione, del risparmio e dell’usura, anche se non è il pensiero di uno specialista e di un “tecnico”, ma di un dilettante, e, per giunta, di un dilettante che è soprattutto un poeta, che vede le cose – economia compresa – con l’occhio del poeta e nella prospettiva del poeta, non ha perso nulla della sua attualità; anzi, le vicende degli ultimi decenni sono state tali da evidenziare quanto egli sia stato lucido, e addirittura profetico, nel denunciar e il male dell’usura e nel richiamare i popoli dell’Europa alla loro vera tradizione, alla loro vera identità. Tradizione e identità che sono entrate definitivamente in crisi in quell’anno e in quel luogo, il 1694 a Londra, allorché venne fondata la prima grande banca di Stato, la Banca d’Inghilterra: la prima di quelle centrali del potere finanziario, che emettono moneta e prelevano il frutto del lavoro, in cambio di denaro virtuale, falso, immaginario, creando il meccanismo del debito e strangolando, poco alla volta, l’economia reale, fatta di persone, di famiglie, di imprese, di commerci, i quali, a un certo punto, soccombono per asfissia, affinché, nel deserto universale creato dall’usura, rimanga, trionfante e necrofila, una sola vincitrice: la borsa. Resta solo da aggiungere che, dai tempi di Pound, i meccanismi dell’usura mondiale si sono enormemente perfezionati e ulteriormente ramificati, per esempio con la creazione delle agenzie di “rating”, vere e proprie centrali di potere finanziario “terroristico”, dai cui verdetti dipende la sorte di immense somme di denaro, spostate a vantaggio o a svantaggio non solo di singole imprese e società, ma di intere nazioni sovrane (o che s’illudono di essere ancora sovrane); e che il suo appello, pertanto, non ha perso nulla della sua drammatica urgenza, al contrario, è divenuto questione di vita o di morte…
Fonte: www.ildiscrimine.com

lunedì 20 maggio 2013

Programma per l’amministrazione del Comune di Santa Marinella - Per una Terra Libera: economia e lavoro


Il lavoro come Dovere nei confronti dello Stato: ripartire da imprese socializzate per dare linfa a quello che è il mezzo attraverso il quale garantirsi l'autonomia base della Libertà e nel contempo poter contribuire alla crescita della comunità.

ECONOMIA E LAVORO
 
In questa crisi devastante, noi crediamo che il lavoro sia un Dovere nei confronti della Città e della Nazione. Pertanto il Comune deve – seppur non potendo intervenire direttamente sulle dinamiche economiche o delle imprese – promuovere il lavoro come elemento di equità sociale e libertà del cittadino. In più, dare luogo ad una società mista pubblico-privata, in qualità di incubatore di imprese socializzate. La società avrà come scopi primari quelli di consentire la progettazione e la conoscenza in maniera tangibile, della efficacia della azienda socializzata e la possibilità anche ai dipendenti lavoratori di partecipare alla gestione e agli utili dell’impresa.

L’amministrazione comunale si impegnerà a disincentivare su tutto il territorio comunale il ricorso al lavoro dipendente “a tempo determinato”, a “chiamata”, a “progetto” o qualsiasi altra forma di precariato, che rappresenti soltanto l’uso e la mercificazione dell’elemento umano contraria alla dignità del lavoratore. Allo stesso tempo verranno sollecitati tutti gli enti preposti al controllo circa le attività riguardanti i criteri attuati per perfezionare il livello di sicurezza sui luoghi di lavoro.
 
 

domenica 17 febbraio 2013

Il nostro funzionante sistema bancario degli anni '20 e '30: verità scomode...


L'Idea storica di voler salvare la grandezza di Roma è MINORE! Si prestò ad equivoci! Con tale scusa i "mercanti di religione" da 1700 anni si arricchiscono, fregando i “deboli e poveri di spirito”, con la promessa del "paradiso dopo", che loro godono ORA.

Roma spense - sopratutto a causa dei "mercanti di religione" - il suo ruolo dopo un millennio, nel mondo occidentale, lasciando però la "IDEA" che ancor oggi caratterizza la civiltà (balle, quelle sulla "civiltà ebraico-cristiana"!), non solo nel diritto, ma nel più banale degli aspetti esteriori: i caratteri della scrittura, mediante i quali il mondo oggi è unificato (in Cina, sotto ai loro ideogrammi, son costretti ad apporre scritte con caratteri romano/latini).

Il "Rinascimento" fu propulsore nel mondo - maggiormente l'occidentale - col suo apporto "globale". Nacque su suolo italico. Ma in "politica" non ebbe concretazione. Fino al 1919, quando l'italietta, rabberciata alla meglio nel secolo precedente con "emissari" voluti a Londra e Parigi, si rese conto che, dopo il sacrificio - reso "inutile" proprio da Londra e New York - della Grande Guerra, generò il sussulto (stimolato dalla Grande Cultura che nacque dal Futurismo) creato dal Fascismo e Mussolini, che seppe esserne polo e catodo.


Un esempio? Anche l'altra sera il “saccente bravino” Tremonti fece sfoggio di conoscenza di storia del sistema bancario, accreditando al 1933 americano la prima legge di “riordino” dei ruoli delle banche e della raccolta del denaro. In malafede, o “somaro patentato, per ciò che non seppe fare da ministro”, tacque la legge italiana del 1926, scaturita dal “discorso di Pesaro”, preceduta nel 1923 dalla creazione dello “Istituto nazionale di credito per le imprese di pubblica utilità”, seguita nel 1927 dalla “riforma dei banchi di Napoli e Sicilia” e dalla “disciplina del credito agrario di miglioramento  e di conduzione” (1927 e 1928), dalla “nuova disciplina organica della Casse di risparmio” (1929), dalla istituzione dello “Istituto mobiliare italiano” (1931) e dello “Istituto per la ricostruzione industriale” (1933), cui si inserì, nel 1932, il “cartello bancario”, e il “riordino delle Casse rurali ed agrarie” tra il 1932 ed il 1937.

Gli ignoranti e in malafede che oggi spernacchiano in tv e sui giornali di regime, ammirati da gonzi ed ignoranti, ignorano che il 11-13 giugno 1935 la “Corporazione della previdenza e del credito” si riunì a Palazzo Venezia,
per volere del Capo del Governo e sotto la sua presidenza, con ordine del giorno avente al primo punto “Distribuzione funzionale e territoriale degli organi del credito” (possiedo le 35 pagine della relazione della Confederazione Fascista dei Lavoratori delle aziende del credito e della assicurazione, le 33 della Associazione Fascista del pubblico impiego, le 16

della Rappresentanza degli istituti di credito di diritto pubblico, e tutta la relazione/verbale della riunione di 11 pagine). Scaturì da ciò il R. decreto-legge 12 marzo 1936-XIV, n. 375, che riassestò la Legge 23 giugno 1927, n. 1107, e fu di esempio mondiale insuperato per l’ordine nel sistema bancario (ciò ribadì il ministro Nerio Nesi, di Rifondazione Comunista, in una trasmissione RAI-tv Report da me condotta, nel 1997).

Ordine che il regime presente, governato dallo occupante AMGOT sin dal 9 settembre 1943, ha, nel dopoguerra, massacrato e dilaniato grazie a personaggi furfanti quali Ciampi, Dini, Amato, Dalema, Demichelis (firmatario con lo Scalfaro del trattato di Maastricht) e la pletora di chi li applaudì e votò, conducendo alla artificiosa ed invalidante crisi monetaria, inventata negli Usa nel 2008, e riassunta in Italyland dal 2011, con la complicità di tutti i partiti politici ancor oggi vigenti, e dei loro “servi-padroni”.

Ecco ciò che è la verità sulla “Idea” e la “Civiltà di Roma” ricalcata nel
XX (e XXI) secolo!


Antonio Pantano

venerdì 21 dicembre 2012

Il Natale è ormai alle porte, quest'anno pensaci su..economia legionaria!

Aiutiamo in questo Natale, con un po' di economia legionaria, chi nel nostro territorio, si da' da fare nel suo piccolo e va avanti con le proprie forze, evitando di dare per l'ennesima volta i soldi alla solita multinazionale di turno..

Proponiamoci di comprare e consumare (non solo i regali di Natale) da piccoli imprenditori meglio ancora se locali, dal vicino che vende dal catalogo, oppure da quello che fa piccoli oggetti, dall'amica che vende su internet, oppure anche prodotti alimentari possibilmente a chilometri zero, del comprensorio, della nostra regione al massimo delle altre regioni d’Italia. Sosteniamo le iniziative no-profit, possibilmente informate da una economia sociale. Frequentiamo le strutture militanti che sono la linfa della nostra comunità, umana e ideale. Riscopriamo il baratto se necessario, facciamo in modo che i nostri beni, i nostri servizi e i nostri soldi arrivino a gente comune che ne ha bisogno e non alle multinazionali, possibilmente non passando da bancomat e carte di credito. La nostra attenzione ai consumi quotidiani, sia la risposta a concreta ed efficace agli squali della finanza, grande o piccola che sia. Questa è politica, reale e concreta, sarà il caso di mettercelo in testa.

APZ

venerdì 16 dicembre 2011

Laboratorio di Economia Legionaria

La dimensione della crisi economica a cui stiamo andando incontro forse non è stata ancora ben percepita dai più. Coloro che presumono di poterla “sopportare” da soli non ci interessano. Non è ad essi che ci rivolgiamo ma a coloro che hanno una spiccata sensibilità comunitaria e “rivoluzionaria”, capace da una parte sì, di capire la situazione in cui ci troviamo ma  dall’altra di tradurre questa capacità in “soluzioni di emergenza”. Per tale ragione subito dopo le festività natalizie attiveremo un laboratorio per mettere in pratica i principi di economia legionaria e salvaguardare reddito, occupazione e autonomia economica dei nostri militanti, simpatizzanti e di coloro che riconoscono la validità del progetto AzionePuntoZero ci sono vicini. La possibilità di contrastare il riassetto finanziario turbocapitalista, passa direttamente dalle nostre scelte quotidiane, anche quelle più piccole. E’ ora di metterselo in testa.