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giovedì 17 marzo 2011

AMO LA MIA PATRIA, ma non come è stata fatta

da una ristretta cerchia d’intellettuali distanti dal popolo 
combattuta da potenze straniere  
ai danni di un sud depredato e violentato
di Gianfredo Ruggiero

Nella prima metà dell’800 l’Italia centro settentrionale era divisa in una moltitudine di statarelli arretrati e in profondo ritardo sulla rivoluzione industriale che, partendo dall’Inghilterra, stava cambiano il volto dell’Europa.
Nel sud d’Italia la situazione era molto diversa. Il meridione, dopo essere stato faro di civiltà con la Magna Grecia prima e la Roma Imperiale poi, attraversò un periodo di decadenza causato dalle continue dominazioni straniere e le successive vessazioni dei vicerè spagnoli.
La rinascita del sud avvenne nel 1816 con la costituzione del Regno delle Due Sicilie, uno Stato italiano del tutto indipendente retto da sovrani italiani che riprese il cammino di modernizzazione e di progresso culturale avviato da Federico II, il più grande imperatore che l’Italia abbia mai avuto dai tempi di Roma.
Sotto la dinastia dei Borboni (a tutti gli effetti napoletani) fu avviata la riorganizzazione delle amministrazioni locali cui fu data ampia autonomia (antesignana del federalismo municipale con cui oggi si baloccano i leghisti), fu dato grande impulso all’industria sia metallurgica che cantieristica, all’agricoltura, alla pesca ed anche al turismo, segno di un diffuso benessere.
Le ferrovie, inventate nel 1820, ignote in Italia, fecero la loro prima apparizione a Napoli (1839). Nel 1837 arrivò il gas e nel 1852 il telegrafo elettrico.
La riforma agraria pose fine alle leggi feudali e permise di bonificare paludi e di incrementare l’agricoltura.
Grande impulso fu dato alla cultura, all’arte e alle scienze: il teatro San Carlo, primo al mondo, fu costruito in meno di un anno. In quegli anni sorsero il Museo archeologico, l’Orto Botanico, l’Osservatorio Astronomico, l’Osservatorio Sismologico Vesuviano, la Biblioteca Nazionale, l’Accademia delle Belle Arti, l’Accademia Militare la Nunziatella.  Scuole pubbliche e conservatori musicali erano presenti in ogni città.
L’Università di Napoli, divenne al pari della Sorbona di Parigi, il più grande polo culturale dell’Europa.
Lo sviluppo industriale fu travolgente con 1 milione e 600mila addetti contro il milione e 100 del resto d’Italia. I primi ponti in ferro in Italia, opere d’alta ingegneria, furono realizzati in quegli anni.
Le navi Mercantili del Regno delle Due Sicilie solcavano i mari di tutto il mondo e la sua modernissima flotta, costruita interamente nei cantieri navali meridionali, era seconda solo a quella Inglese. Nel 1860 contava oltre 9.000 bastimenti e nel 1818 era stata varata la prima nave a vapore italiana.
Le industrie tessili e metallurgiche si svilupparono in tutto il Regno  (solo quella di Pietrarsa dava lavoro ad oltre mille operai a cui si aggiungevano i settemila dell’indotto).
Nel Regno delle Due Sicilie la disoccupazione era praticamente inesistente e così l’emigrazione (per tornare a questa situazione bisognerà attendere gli anni trenta del ‘900). Gli sportelli bancari, altro segno di sviluppo economico, erano diffusi in ogni paese. E’ qui che videro la luce i primi assegni.
La Sicilia, la Campania ed il basso Lazio erano ricchissimi di reperti archeologici etruschi, greci e romani che affiancati da musei e biblioteche diedero un impulso alla costruzione di alberghi e pensioni per accogliere i numerosissimi visitatori. Sorsero così le prime agenzie turistiche italiane.
Carlo III di Borbone fondò l’Accademia di Ercolano che diede l’avvio agli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano. Oggi Pompei è una delle città più visitate al mondo.
La sanità non era da meno con oltre 9mila medici usciti dalle Università meridionali che operavano in ospedali e ospizi sparsi in tutto il territorio. Il Regno delle Due Sicilie poteva vantare la più bassa mortalità infantile d’Italia.
Le strade erano sicure e la mafia, che soprattutto oggi affligge il sud e non solo,  non esisteva neppure come parola.
Dal punto di vista amministrativo il Regno del Sud godeva ottima salute, non a caso la Borsa di Parigi, allora la più grande al mondo, quotava il Regno al 120 per cento, ossia la più alta di tutti i Paesi.
Nella conferenza internazionale di Parigi nel 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese del mondo, dopo Inghilterra e Francia, per lo sviluppo industriale.
Come mai allora Garibaldi con soli mille uomini riuscì ad abbattere un Regno così ben organizzato e sostenuto dal suo popolo?
Per dare risposta a questa domanda dobbiamo prima capire chi fece realmente L’Unità d’Italia.
A partire dai fratelli Bandiera, che sbarcati a Cosenza il 16 giugno 1844 per organizzare la sollevazione popolare furono invece accolti dai forconi dei contadini, tutti i tentativi di insurrezione popolare, dalla Repubblica romana del 1849 di Mazzini ai moti carbonari, ebbero risultati effimeri perché il popolo era del tutto assente e disinteressato (a parte qualche malessere che sfociava in deboli rivolte).
Al nord, dominato dagli austriaci, l’insofferenza era invece marcata, ma per motivi economici e non certo per idealismo patriottico.
Di Italia Unita si parlava solo nei ristretti circoli intellettuali liberali e nei palazzi della politica piemontese. Il minuscolo regno dei Savoia era infatti smanioso di allargare i suoi confini e di contare sullo scacchiere europeo.
La prima e unica guerra risorgimentale condotta in prima persona dai piemontesi contro l’Austria  -  comunque affiancati da regolari e volontari di altri stati italiani, tra i quali ben 16 mila napoletani guidati da Guglielmo Pepe - si trasformò in un disastro per le truppe sabaude.
La seconda guerra d’indipendenza che portò all’annessione della Lombardia fu vinta grazie all’apporto della Francia di Napoleone III che a Magenta  il 4 giugno 1859 sconfisse gli austriaci costringendoli alla resa. Al generale francese Patrice De Mac Mahon, artefice della vittoria, a Magenta è stato  - giustamente - dedicato un monumento.
La terza guerra per la conquista del Veneto fu vinta grazia agli accordi con la Prussia di Bismarck. La condotta delle truppe sabaude fu deludente e ancor di più quella della marina sonoramente battuta dagli austriaci nella battaglia di Lissa.
Anche la tanto mitizzata presa di Roma avvenne grazie agli stranieri e non certo per il valore dei soldati piemontesi. I bersaglieri del generale La Marmora poterono infatti attraversare trionfanti la Breccia di Porta Pia e sconfiggere i pochi soldati svizzeri posti a protezione del Papa solo perchè seppero approfittare dei rovesci militari della Francia contro la Germania che costrinsero Napoleone III nel 1870 a ritirare le sue truppe a difesa dello Stato Pontificio.
Le Guerre d’Indipendenza furono pertanto vinte più dall'abile diplomazia di Cavour che dal sangue italiano e, cosa ancor più deprimente, senza alcun coinvolgimento popolare. A Parte le gloriose cinque giornate di Milano, fatto rimasto sostanzialmente isolato.
Riunito sotto la corona Sabauda quasi tutto il nord, i Savoia volsero lo sguardo al ricco e prospero Regno del Sud contro il quale attivarono, ancor una volta, la loro spregiudicata diplomazia per ottenere il sostegno dell’Inghilterra.
L’Inghilterra, che vedeva nel Regno delle Due Sicilie un pericolosissimo concorrente marittimo, fu ben felice di assecondare le mire espansionistiche piemontesi.
Si attivarono sopratutto i circoli massonici inglesi, a cui erano affiliati i padri del risorgimento da Mazzini a Garibaldi e lo stesso Cavour, per fornire quegli enormi finanziamenti necessari per corrompere generali e ammiragli borbonici e spingerli al tradimento. Una cifra enorme fu stanziata a tal scopo da Albert Pike, Gran Maestro Venerabile della massoneria di Londra, e da Lord Palmerston Primo Ministro della Regina Vittoria.  
Ma erano veramente mille i garibaldini? Certamente! Ma ogni giorno sbarcavano sulle coste siciliane migliaia di soldati piemontesi congedati il giorno prima e protetti dalla flotta Inglese dell’ammiraglio Mundy, a questi si unirono i soldati borbonici passati al nemico per denaro insieme ai loro generali Landi e Anguissola.
Da mille che erano i garibaldini divennero in pochissimi giorni oltre 20.000, una vera e propria armata d’invasione sotto mentite spoglie. Infatti non vi fu alcuna dichiarazione di guerra.
Il 13 febbraio 1861 cadeva la fortezza di Gaeta, ultimo baluardo borbonico. Per tre mesi, tanto durò l’assedio dell’isola, la città fu martoriata dai bombardamenti navali. Eroico fu Francesco II, il giovane Re napoletano, ed eroica fu la sua consorte Regina Sofia e l’intera popolazione che si strinse attorno ai loro sovrani nella strenua difesa della loro libertà.
Ignobile fu invece il comportamento del generale piemontese Cialdini che non esitò un istante a scagliare oltre 160 mila bombe per massacrare l’intera popolazione su ordine di Cavour.
Con la capitolazione di Gaeta finì il glorioso Regno delle Due Sicilie che aveva fatto dell’Italia meridionale uno Stato autonomo ed indipendente, prospero e moderno. E da quel giorno iniziò l’inesorabile declino del sud reso possibile dalla incapacità e disinteresse dello Stato unitario prima e post fascista poi.
Nel 1860 – e qui arriviamo al vero motivo che spinse lo statarello piemontese a inventarsi l’Unità d’Italia – il debito pubblico del Piemonte ammontava alla somma di oltre un miliardo di lire di allora, una voragine spaventosa che il piccolo Stato Sabaudo con i suoi 4 milioni di abitanti mai e poi mai sarebbe riuscito a colmare per l’arretratezza della sua economia montana.
Nel 1861, quando avvenne l’unificazione del Nord con il sud, il Patrimonio aureo dell’Italia Unita era di 668 milioni di lire oro. Ebbene di questi ben 443 provenivano dal Regno delle Due Sicilie e solo 8 dalla Lombardia (il resto dagli altri stati annessi).  Questa enorme massa di denaro proveniente dal sud permise di rimpinguare le disastrate casse del Regno di Savoia e a dare vigore alla sua asfittica economia.  
Appena sbarcato in Sicilia il primo obiettivo di Garibaldi fu…la zecca di Palermo per impossessarsi dei 5 milioni di ducati in oro depositati.
Nei dieci anni successivi i piemontesi effettuarono un vera e propria opera di spogliazione. Svuotarono le casse comunali, quelle delle banche, saccheggiarono le Chiese e smontarono i macchinari delle fabbriche per rimontarli al nord. Agevolati in questo dai molti notabili meridionali subito accasati, per denaro e potere, alla corte del nuovo sovrano.
Nelle casse piemontesi finirono inoltre gli enormi proventi dalla vendita dei beni ecclesiastici confiscati e del demanio borbonico.
Lasciando per sempre il suo Regno Francesco II disse profeticamente: “il nord non lascerà ai meridionali nemmeno gli occhi per piangere”.
Quello che il giovane Re napoletano non poteva prevedere era l’ondata repressiva, i massacri di contadini, la fucilazione dei renitenti alla leva, i villaggi bruciati, le brutali violenze con tanto di esposizione di teste mozzate ad opera della soldataglia piemontese che per dieci anni avrebbero martoriato il suo ex-Regno. Spiace evidenziarlo, ma a macchiarsi le mani di sangue innocente furono in gran parte i bersaglieri.
Alcuni giornali stranieri (la censura del governo al riguardo era rigorosa) pubblicarono delle cifre terrificanti nonostante fossero sottostimate: nel solo primo anno di occupazione vi furono 8.968 fucilati, 13.529 arrestati in gran parte deportati nei campi di concentramento e “rieducazione” al nord, 6 paesi dati alle fiamme, 12 chiese saccheggiate. Complessivamente si parla di un milione di contadini uccisi e decine di villaggi rasi al suolo. La chiusura per decreto di un numero imprecisato di scuole e di Chiese. (Vittorio Gleijeses: La Storia di Napoli, Napoli 1981 - Isala Sales: Leghisti e sudisti, Laterza Editore 1993 – Antonio Ciano: I Savoia ed il massacro del sud, ed. Granmelo, Roma 1996).
Antonio Gramsci, nato in Sardegna ma originario di Gaeta, parlando della questione meridionale ebbe a dire”...lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori compiacenti tentarono di infamare con il marchio di briganti”.
I briganti per l’appunto…tutti i figli maschi erano obbligati, pena la fucilazione, a prestare il servizio militare per sparare ai loro fratelli del sud. Per chi si rifiutava non restava altra via che quella dei monti, braccati con l’infamante etichetta di “briganti”.
Tanta ignominia ai danni del sud ha provocato delle profonde ferite che ancora oggi stentato a rimarginarsi, alimentate in questo dalle posizioni di supponenza etnica e di antimeridionalismo del partito di Bossi.
Per tentare di unire veramente l’Italia, per superare i contrasti con la Chiesa e per sradicare il fenomeno mafioso bisognerà attendere l’avvento del Fascismo: il Concordato del ’29 pose fine al contenzioso con la Chiesa di Roma, il grande programma di opere pubbliche e di bonifica diede lavoro ai giovani meridionali e la politica repressiva del Regime, con il Prefetto Mori, costrinse la mafia ad emigrare in America (per poi tornare al seguito delle truppe di liberazione).
Oggi festeggiamo il centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Regno d’Italia (e non dell'unità d'Italia, come viene erroneamente detto, che avverrà solo dopo la Prima Guerra mondiale e con l'annessione di Fiume del '24). Brindiamo pure, caro Presidente della Repubblica, ma non dimentichiamoci della Storia, se vogliamo guardare al futuro.
Nonostante tutto: Viva L'Italia, la nostra Patria!
Gianfredo Ruggiero, presidente del Circolo Culturale Excalibur - Varese

domenica 13 marzo 2011

Ladispoli: 15 marzo Terroni 150 Anni di Menzogne

Una amministrazione comunale del comprensorio, quella di Ladispoli, che si distingue dall'asfittico clima di bolse e sterilizzate celebrazioni del 150° anniversario dell'unità d'Italia . Il guaio è che le altre non sentono l'anniversario come dovrebbero da esponenti di centrodestra e non lo avvertono come leghisti e alto-atesini che si rifiutano di festeggiarlo. Gli scivola addosso, come tutto il resto, approfittando magari di qualche festicciola qua e là per riaffermare il loro uso delle istituzioni..... A questo punto, non volendo profetizzare strane alchimie, ci mancano solo centrosinistri, progressisti, ambientalisti e neocomunisti che festeggiano il 17 Marzo "sventolando il tricolor..." .... rimanete connessi!

"In occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'unita' d'Italia anche la cultura darà un prezioso contributo ad una giornata che vuole essere un momento di festa e di riflessione per tutti i cittadini di Ladispoli". Con queste parole l'assessore alla cultura, Daniela Ciarlantini, ha annunciato che martedì 15 marzo alle ore 21,15 lo Spazio Polifunzionale di via Yvonne De Begnac avrà l'onore di ospitare l'anteprima nazionale dello spettacolo "Terroni 150 anni di menzogne" di Roberto D'Alessandro tratto dal libro di Pino Aprile. Uno spettacolo che si avvarrà delle musiche originali eseguite dal vivo da Mimmo Cavallo e band.
"Abbiamo scelto questo spettacolo - spiega l'assessore Ciarlantini - per ribadire la necessità di far conoscere al maggior numero di persone possibile la storia dell'unità d'Italia, della sua economia, di quanto fino ad ora taciuto dalla storiografia ufficiale sugli eccidi compiuti durante la lotta al brigantaggio, sugli squilibri tra nord e sud su cui fu basata tutta l'economia del nascente Regno D'Italia. Su come di fatto l'Unità D'Italia fu un atto di conquista sleale e scorretto da parte del Piemonte a danno del Regno delle due Sicilie. Un'opera teatrale che certamente susciterà l'interesse dei cittadini che siamo certi affolleranno lo Spazio Polifunzionale di via Yvonne De Begnac dove l'ingresso sarà gratuito". Sempre per la cultura, mercoledì 23 marzo alle ore 18 è in programma la conferenza musicale "L'inno svelato" a cura del conferenziere del Quirinale Michele D'Andrea. L'inno svelato non è né una lezione né una conferenza, ma una passeggiata fra le pieghe della storia ufficiale con il passo dell'ironia e del disincanto. "Al centro della narrazione il nostro inno - ha proseguito l'assessore Ciarlantini - attorno al quale ruotano le curiosità e gli aneddoti che ne hanno accompagnato la nascita, il successo, il significato, l'attuale percezione. Non mancano i confronti con gli inni degli altri Paesi, veri e propri forzieri di retroscena tanto sorprendenti quanto sconosciuti. Chiacchierata musicale è il sottotitolo dell'incontro. Ed è proprio attraverso la musica che si riusciranno a comprendere le vicende della nazioni e dei suoi simboli, guardando finalmente al nostro Risorgimento con una prospettiva diversa. Da Bobby Solo a La Marsigliese, da My darling Clementine a Tottigol, la musica è il filo rosso che lega il canto alla storia. Un legame strettissimo, perché in tutte le epoche e latitudini, la narrazione musicale ha raccontato i fatti, portandoli fin negli angoli più remoti". Anche per questo appuntamento l'ingresso è libero.


venerdì 11 febbraio 2011

CineAperiCena - BRIGANTI! [recensione]

Ci sarà un manipolo di italiani che non saluterà i 150 dell’Italia unita con semplice patriottismo da folklore, ma con consapevolezza di ciò che il processo di unificazione scritto nella storia ha comportato, in fatto di sangue e sofferenza, per molta parte del popolo italiano. Questo manipolo sarà tra l’altro, ben cosciente, che i rappresentanti delle istituzioni utilizzeranno proprio l’anniversario solo ed esclusivamente per continuare ad autoleggittimarsi come autentici rappresentanti di un Popolo che non li conosce più, non li elegge più, non sa nemmeno chi sono o che fanno.
Merito della proiezione di “Li chiamarono Briganti”, film di Pasquale Squitieri che al tempo della sua uscita (si era nel 1999) ebbe il grosso merito di attirare critiche pressoché unanimi in “arco costituzionale”, il che è soltanto un pregio.
Al “Solito Posto” dopo una breve introduzione al tema da parte di un membro di Punto Zero e la distribuzione del foglio informativo di lotta (richiedilo a cst.aurhelio@gmail.com), abbiamo apericenato, assistito alla proiezione e poi discusso brevemente degli spunti offerti dal film. È doloroso avere una così brutale conferma delle vene contaminate presenti nel processo storico che ha portato all’Italia Unita: il ruolo allora giocato da Massoneria, borghesia sabauda, organizzazioni criminali mafiose e potentati stranieri (come il ruolo dell’Inghilterra), è stato foriero di sovversione e morte, in particolare nelle Regioni del Sud, aprendo quella Questione Meridionale che per certi versi mai è stata chiusa, di cui si comprendono bene le radici nella trama, che gira attorno alla figura del brigante lucano Carmine Crocco.
Da questo, l’esigenza di una virile e matura consapevolezza delle storture che in quell’imbuto della Storia si sono riversate a danno del popolo e che non possono essere, dimenticate o nascoste sotto il tappeto delle celebrazioni. Non per questo, bisogna lasciarsi andare a sentimentalismi, neo-leggittimismi, filoborbonismi o altri sofismi che lasciano il tempo che trovano. Si tratta solo di avere una visione matura e consapevole delle proprie radici e della propria identità storica e culturale, anche intesa come Patria e Nazione, in una visione organica e tradizionale della vita e del mondo: un esercizio che deve continuare a rappresentare la stella polare dell’azione di ogni comunità e singolo militante.

Il prossimo appuntamento per la CineAperiCena è il 1° Marzo con la video proiezione del Film “Una Scelta d’Amore” che non è lo smielato film con Julia Robert ma una pellicola che narra le vicende relative alla lotta di liberazione irlandese dal giogo inglese. 

Per chi crede nella fedeltà agli ideali, è sicuramente un film su cui riflettere. Ventuno persone pronte a morire per qualcosa in cui avevano sempre creduto, un sacrificio comunitario forse troppo
snobbato e dimenticato dalla storiografica contemporanea internazionale.
Una buona occasione di riflessione per arrivare al 17 marzo, giorno di San Patrizio, festa nazionale dei nostri fratelli irlandesi.

giovedì 6 maggio 2010

Verde, rosso sangue e morte bianca

Il verde non c’era, il rosso sì; di bianco, solo la morte. Significativo inizio, davvero, per le celebrazioni di un secolo e mezzo di unità d’Italia. Dei colori “nazionali”, insomma, all’avvio della liturgia nazionalista avvenuta a Quarto dei Mille, è stato prevalentemente il rosso a brillare. Il rosso della coscienza (un rosso sporco, ci dicono lontane cronache ungheresi) di Napolitano si specchiava nel rosso delle giubbe e delle camice di persone, non si sa se figuranti o veri e propri pupazzi, schierati in prima fila. Il verde non c’era: tale colore in politica è appannaggio ormai esclusivo dei leghisti, vista l’inevitabile fine fatta dagli ambientalisti della sinistra radical chic (finita la moda, sparita anche l’ombra di un seguito popolare). E i leghisti, un po’ per strizzare l’occhio al proprio elettorato, un po’ perché i pochi e validissimi pensatori che hanno tra le loro fila sono giustamente allergici a questi rigurgiti risorgimentali, a declamare le lodi di Garibaldi non ci pensano per niente. Appurato che quindi il terzo colore della bandiera era ben rappresentato, per dipingere il primo bisogna ricorrere quindi ai cittadini tartassati dalla corruzione: quelle sì, davvero al verde.
E il bianco? Avrebbe dovuto essere quello dei democristi, sparpagliati ormai in tutti gli schieramenti politici come si addice ad un vero fenomeno metastatico quale sono. E quanti ce n’erano, in prima, seconda e terza fila a mostrare la dignità che non hanno in favore di telecamera. Il tocco di bianco più significativo l’ha messo invece il destino: “Un operaio milanese di 62 anni è morto dopo essere caduto dal tetto della stazione marittima di Genova mentre rimuoveva dei cavi elettrici adoperati per le riprese televisive della cerimonia per i 150 anni dell’unità d’Italia con il presidente della Repubblica”, ci dicono le cronache. “L’uomo, dipendente della ditta di servizi logistici La Corsica (un’altra beffa alla cosiddetta “Unità d’Italia”, ndr) sembra lavorasse per conto della Rai”. Il bianco al centro della bandiera che meritano lorsignori non poteva quindi che essere luttuoso, quello della “morte bianca”, come viene definita la falce che miete vittime sul posto di lavoro. Contrappasso drammaticamente perfetto per una Repubblica che sul lavoro si dice fondata.