“La strada da percorrere conduce al di là del PUNTO ZERO, conduce oltre la linea, oltre il muro del tempo e, attraverso di esso” Ernst Junger
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domenica 23 agosto 2015
Gender e Ddl Cirinnà: come distruggere la famiglia naturale
— Qual è la vostra posizione sul Ddl Cirinnà e secondo te in Italia si arriverà alla legalizzazione dei matrimoni gay come in Francia?
— In Italia esprimersi a favore della famiglia tradizionale viene etichettato come omofobo, perché? Che cosa si rischia perdendo la famiglia naturale come punto di riferimento nella società?
— Perché nei media italiani avviene un bombardamento a favore delle coppie gay e si parla così poco di famiglia tradizionale?
— A scuola circolano libri sul cosiddetto "gender". Alcuni insegnanti e sindaci reagiscono, è recente lo scandalo sollevato dal sindaco di Venezia. Qual è il vostro punto di vista sul gender?
— Più in generale il tema della sessualità andrebbe affrontato anche a scuola secondo te o spetta solo alla famiglia?
— Secondo un sondaggio
effettuato in Inghilterra quasi la metà (43%) dei giovani non si definisce
né gay né eterosessuale. Come spiegheresti questa confusione?
martedì 14 maggio 2013
Battaglione del "Roma o Morte" identificato: emergono nuovi aspetti dell'RSI
Ricerche approfondite ci portano all'identificazione di una misteriosa foto raffigurante un battaglione scattata subito dopo l'attentato di Via Rasella: si tratta del semisconosciuto Roma o Morte, unità pre-militare nata con lo scopo di inquadrare i giovani e formarli in vista di futuri impegni bellici.
Il 9 Aprile 2013, durante l’annuale assemblea dei soci della Fondazione della RSI a Terranuova Bracciolini (AR), il ricercatore Emilio Scarone, impegnato in uno studio sulle Brigate Nere, ha espresso delle perplessità riguardo una foto pubblicata da Giorgio Sala, in cui erano ritratti i Militi del Battaglione “Tevere” della Repubblica Sociale Italiana, un reparto costituito nel Marzo 1945, composto da romani ripiegati al Nord dopo l’occupazione della Capitale.
Le perplessità erano sorte dopo che Scarone, scandagliando l’archivio fotografico della Fondazione della RSI, aveva ritrovato alcune foto scattate subito dopo l’attentato di Via Rasella, in cui si vedevano dei fascisti con una divisa del tutto uguale a quella del Battaglione “Tevere”, ossia giacca grigio-verde da Paracadutista, camicia nera, berretto rigido nero con teschio, fiamme pentagonali nere con lupa capitolina e gladio. Una divisa che richiamava più le Brigate Nere – costituite, però, solo nell’Estate 1944 – che un reparto della RSI operante in quella Primavera. Se a ciò si aggiunge che il Battaglione “Tevere” venne costituito solo l’anno successivo, si ha il quadro esatto del mistero che si era creato: di quale reparto si trattava?
Si sa che dopo l’attentato a Via Rasella furono impiegati nel quartiere con funzioni di polizia anche reparti italiani, come la PAI e la Decima MAS, ma nessuno citava la presenza di “speciali” unità in camicia nera che, come si evince dalla foto, portando i gladi, non potevano nemmeno appartenere alla Guardia Nazionale Repubblicana. Questa Forza Armata, infatti, nonostante che le sue Compagnie OP avessero adottato il berretto rigido nero con teschio, sfoggiava, sul bavero della giacca, le fiamme nere a doppia punta (tipiche della Milizia) e le doppie emme saettanti, non le fiamme pentagonali con il gladio.
Pietro Cappellari, Coordinatore del Gruppo Ricerche Storiche della Fondazione della RSI, ha contattato Giorgio Sala nel tentativo di risolvere il mistero. Dopo un consulto, Cappellari ha ricordato come, nei suoi studi sul fascismo repubblicano nella Capitale, si era imbattuto in due formazioni giovanili tipicamente romane, i Gruppi Fascisti di Azione Giovanile “Onore e Combattimento” e lo sconosciuto Battaglione “Roma o Morte”. Entrambi le unità erano state costituite dal PFR per inquadrare i giovani dell’Urbe in reparti paramilitari e curarne la formazione in vista di un successivo ipotetico impiego bellico. Se i Gruppi “Onore e Combattimento” sono piuttosto conosciuti, dubbi vi erano sul “Roma o Morte”, una unità pre-militare composta da Compagnie della Morte e Reparti Volontari d’Assalto, sul quale mancano notizie certe.
Le foto delle Camicie Nere operanti in Via Rasella e Via Quattro Fontane delineavano profili certamente non giovanili e, di logica, difficilmente potevano essere associati ad appartenenti a reparti di adolescenti. Infine, un altro dubbio: il Battaglione “Roma o Morte” era già stato costituito nel Marzo 1944?
Consultando l’emeroteca della Fondazione della RSI si è risolta la questione, effettivamente il “Roma e Morte” era operativo a quella data, potendo schierare ben mille giovani romani e gli “anziani” che operarono quel 23 Marzo in Via Rasella potevano essere benissimo gli Ufficiali di questo reparto, accorsi sul luogo dopo l’esplosione.
Giorgio Sala ha sollevato un’altro dubbio: l’unica foto conosciuta del Battaglione “Tevere” ritrae effettivamente questa unità?
L'attribuzione in oggetto era stata data in relazione al ritrovamento di una coppia di mostrine pentagonali nere caricate di lupa romana con motto garibaldino sottostante “Roma o Morte” e gladi repubblicani che, nel libro Distintivi e Medaglie della R.S.I. (vol. I, pag. 83), venivano identificate come fregi appartenenti al Battaglione “Tevere”. Identificazione avvenuta sicuramente per la presenza del motto di cui sopra, largamente usato dopo l’entrata degli Alleati in Roma il 4 Giugno 1944. Si deve considerare che di questi reparti nulla si conosceva. Anzi, prima degli studi e ricerche di Giorgio Sala e relativa pubblicazione su Brigate Nere. Le mobili, le operative, le speciali, le autonome, si credeva che il Battaglione “Tevere” (o addirittura la VII Brigata Nera “Tevere”) fosse stato costituito nell’Estate del ’44, con fascisti romani trasferitisi a Milano dopo la perdita della Capitale.
Nella foto in questione (in possesso di Giorgio Sala), il reparto è schierato alla presenza di Carlo Borsani e, di conseguenza, tutti hanno collocato fisicamente l’evento ritratto a Milano, dove Borsani viveva. Tuttavia, Sala aveva notato su questa foto una piccola didascalia riportante la scritta “Roma 1944”, che ha indotto a porsi degli interrogativi. La soluzione del rebus è arrivata consultando la documentazione disponibile presso la Fondazione della RSI: Borsani, quel tragico 23 Marzo, non era a Milano (come si era ipotizzato), ma nella Capitale! Infatti, alla presenza del Battaglione “Roma o Morte” schierato compattamente per l’occasione, insieme al Battaglione Paracadutisti “Nembo”, Borsani tenne il discorso ufficiale per l’anniversario della Fondazione dei Fasci presso la Federazione dell’Urbe, ospitata al Ministero delle Corporazioni, in Via Vittorio Veneto. Quando esplose la bomba gappista gli intervenuti alla manifestazione scesero in strada e corsero a vedere cosa era accaduto: il Ministero, infatti, dista circa duecento metri dal luogo dell’attentato. Tra questi vi furono gli Ufficiali del Battaglione “Roma o Morte” che, per l’appunto, vennero ritratti nelle fotografie scattate in quei drammatici momenti. Così anche l’unica fotografica conosciuta dei Militi del “Tevere” deve essere interpretata come l’unica fotografia conosciuta dei ragazzi del “Roma o Morte”, schierato il 23 Marzo 1944, alla commemorazione della Fondazione dei Fasci di Combattimento tenutasi presso la Federazione dell’Urbe in Via Vittorio Veneto.
Tutto ciò testimonia come, ancor oggi, la storia della Repubblica Sociale Italiana sia avvolta da misteri e sia un mondo ancora tutto da scoprire...
Claudio Cantelmo
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
P. Cappellari, Lo sbarco di Nettunia e la battaglia per Roma, Herald Editore, Roma 2010
F. Ciavattone, Brigate Nere. Le mobili, le operative, le speciali, le autonome, Lo Scarabeo, Milano 2012
R. Katz, Roma città aperta. Settembre 1943 – Giugno 1944, Il Saggiatore, Milano 2009
F. Sparacino, Distintivi e Medaglie della R.S.I., Editrice Militare Italiana, Milano 1988, vol. I
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venerdì 15 marzo 2013
Educazione Siberiana [il film - recensione]
Nel suo
ultimo film “Educazione siberiana”, Gabriele Salvatores, premio Oscar con
“Mediterraneo”, racconta una storia di fede e violenza, di amicizia e di
crimine. Ma, sotto questa trama, si dipanano grandi interrogativi sulla
formazione della coscienza, sul senso ultimo delle cose e sul destino
dell'uomo. Siamo stati a vederlo e con l'estensore della recensione ne abbiamo conversato amabilmente a cena.
[Recensione a cura di Caterpillar]
Il film è la storia di ragazzi che passano
dall'infanzia all'adolescenza, all'interno di una comunità di "Criminali
Onesti" siberiani, così come loro stessi amano definirsi, rappresentando,
attraverso un microcosmo molto particolare, una storia universale che, al di là
delle implicazioni sociali, acquista un significato metaforico che riguarda
tutti noi.
Solo Gabriele Salvatores può e vuole
fare il cinema che tutti abbiamo sognato da ragazzini e non quello autoriale di
chi s’è dimenticato d’esserlo stato, bambino. Non si ferma mai in un posto, non
cerca mai la sicurezza di ciò che ha già sperimentato, va sempre dove non è
stato. Lo fa anche in questo caso, con Educazione Siberiana, facendosi
accompagnare dalla prosa secca e feroce di Nicolai Lilin, che quel modo di
sopravvivere e crescere in Transnistria l’ha sperimentato davvero, a somiglianza di molti
altri adolescenti educati alle durezze della vita dall’angustia dei tempi
toccati loro in sorte, che gli hanno però insegnato il rispetto della
tradizione, l’attaccamento ai valori, il senso della pedagogia familiare, anche
se orientata verso l’apprendimento di una mentalità criminale. Un
impietoso atto d’accusa contro la nostra società sazia e indifferente, narcisista e
cinica.
Diciamolo subito, il regista
napoletano di nascita e milanese d’adozione, riesce subito a disinnescare
quella curiosa malattia che coglie molti nel cinema italiano portandoli a
uniformarsi a un unico stile di racconto e a un rigido conformismo di contenuti
da salotto più o meno radical chic. Salvatores spariglia le carte portandoci
nell’ex Unione Sovietica e raccontandoci
di due bambini, poi adolescenti che crescono in Transnistria, regione
della Moldavia Occidentale, nella comunità criminale locale più povera e
cattiva, quella degli Urca siberiani, deportati ai tempi di Stalin in quella
zona remota dell'Unione Sovietica: un'etnia povera molto religiosa e insieme
ribelle, in cui vigono regole ferree di comportamento…
A far da filo rosso (sangue) è
Nonno Kuzya, un John Malkovich invecchiato e ieratico che custodisce le regole
della morale indigena, difendendole dalla modernità di un impero caduto, quello
sovietico. Odia divise e banchieri, gli usurai e chi accumula più denaro di
quanto gli sia necessario (e infatti quello che viene rubato va nascosto in
giardino e mai tenuto in casa), è una sorta di guru-patriarca che detta le
regole dell’etica e dell’estetica del suo popolo, tra coltelli e tatuaggi,
insegnando a vivere al nipote Kolyma. Accanto a lui c’è Gagarin un outsider in una terra di emarginati. Uno
che ha un cuore diviso tra la lealtà di un affetto invincibile verso l’amico di
sempre e l’inquietudine che lo corrode. Una bomba a orologeria e
autodistruttiva, uno che può far crollare un sistema di valori costruito in
secoli di devozione e omicidi, vendette e fede.
Salvatores parte da loro due per
raccontare un impero morente, quello sovietico, e un nichilismo invadente che
lo sostituisce, prova a mostrare la globalizzazione che prova a sporcare pure
la criminalità più o meno organizzata, a colpi di chili di eroina.
Il cineasta non cerca sovrastrutture, ma l’emotività e l’azione.
C’è politica e storia nel suo cinema, perché cresce e si intravede naturalmente
in un tragico romanzo di formazione che non fa sconti a nessuno, persino in
quella storia d’amore tenerissima e sbagliata di Kolyma e la giovane disadattata Xenia.
Il film si apre in un esterno, con un branco di lupi che vaga compatto in
mezzo alla neve: la scena è concitata, si sente il gelo, si sente la fame del
branco. Pochi istanti dopo la scena si fa intima: dentro una casa, alla luce
delle candele, nonno Kuzja prega davanti a un altare. Prega la Madonna, «Santa Madre del Santissimo Iddio»,
raffigurata da due icone russe: una tradizionale, l'altra con due pistole.
Accanto, un crocefisso e altre figure votive. Ma anche armi, pugnali. E la
preghiera è insolita: si chiede protezione e perdono per loro, «onesti
criminali», benedizione per le armi e le traiettorie dei proiettili, nella
concezione di essere strumenti dell'ira di Dio. «La picca è come la croce, lei ti accompagna per tutta la nostra vita
», dice a Kolima nonno Kuzja, mentre gli insegna a colpire a sangue freddo, ma al contempo
a proteggere i deboli, i disabili, (che gli Urca chiamano i “voluti da Dio”),
gli anziani e le donne, in un mix paradossale e insieme autentico di pedagogia
ed etica criminale. La fede, qui, non è mai disgiunta dalla lotta, dalla
giustizia anche con le armi. E, come c'è il sangue, c'è tanto Dio in Educazione
siberiana. Perché, come ci insegna l’Apostolo delle Genti, “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20).
Un racconto generazionale che
diventa film di guerra, un Romanzo Criminale che sì, senza sfuggirgli
di mano, si mischia a una sorta di Meglio
gioventù rovesciata.
Le redini della strana spiritualità
materialistica della comunità comandata da Kuzja, la poetica dei tatuaggi che
scrivono sui corpi le storie di ognuno (e che Kolyma, in carcere, imparerà a
disegnare e leggere: nella realtà è Lilin il suo consulente), la forza di voci
incattivite che cacciano, cantando, l’autorità sono tutte nella potenza
immaginifica di un regista che non si stanca mai di narrare nuovi mondi. E in
quei due ragazzi, alla fine, si vede l’amicizia tra lo stesso Salvatores e
Lilin, che si evince dalle interviste oltre che dal film stesso.
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