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martedì 14 maggio 2013

Battaglione del "Roma o Morte" identificato: emergono nuovi aspetti dell'RSI

Ricerche approfondite ci portano all'identificazione di una misteriosa foto raffigurante un battaglione scattata subito dopo l'attentato di Via Rasella: si tratta del semisconosciuto Roma o Morte, unità pre-militare nata con lo scopo di inquadrare i giovani e formarli in vista di futuri impegni bellici.

Il 9 Aprile 2013, durante l’annuale assemblea dei soci della Fondazione della RSI a Terranuova Bracciolini (AR), il ricercatore Emilio Scarone, impegnato in uno studio sulle Brigate Nere, ha espresso delle perplessità riguardo una foto pubblicata da Giorgio Sala, in cui erano ritratti i Militi del Battaglione “Tevere” della Repubblica Sociale Italiana, un reparto costituito nel Marzo 1945, composto da romani ripiegati al Nord dopo l’occupazione della Capitale.
Le perplessità erano sorte dopo che Scarone, scandagliando l’archivio fotografico della Fondazione della RSI, aveva ritrovato alcune foto scattate subito dopo l’attentato di Via Rasella, in cui si vedevano dei fascisti con una divisa del tutto uguale a quella del Battaglione “Tevere”, ossia giacca grigio-verde da Paracadutista, camicia nera, berretto rigido nero con teschio, fiamme pentagonali nere con lupa capitolina e gladio. Una divisa che richiamava più le Brigate Nere – costituite, però, solo nell’Estate 1944 – che un reparto della RSI operante in quella Primavera. Se a ciò si aggiunge che il Battaglione “Tevere” venne costituito solo l’anno successivo, si ha il quadro esatto del mistero che si era creato: di quale reparto si trattava?
Si sa che dopo l’attentato a Via Rasella furono impiegati nel quartiere con funzioni di polizia anche reparti italiani, come la PAI e la Decima MAS, ma nessuno citava la presenza di “speciali” unità in camicia nera che, come si evince dalla foto, portando i gladi, non potevano nemmeno appartenere alla Guardia Nazionale Repubblicana. Questa Forza Armata, infatti, nonostante che le sue Compagnie OP avessero adottato il berretto rigido nero con teschio, sfoggiava, sul bavero della giacca, le fiamme nere a doppia punta (tipiche della Milizia) e le doppie emme saettanti, non le fiamme pentagonali con il gladio.

Pietro Cappellari, Coordinatore del Gruppo Ricerche Storiche della Fondazione della RSI, ha contattato Giorgio Sala nel tentativo di risolvere il mistero. Dopo un consulto, Cappellari ha ricordato come, nei suoi studi sul fascismo repubblicano nella Capitale, si era imbattuto in due formazioni giovanili tipicamente romane, i Gruppi Fascisti di Azione Giovanile “Onore e Combattimento” e lo sconosciuto Battaglione “Roma o Morte”. Entrambi le unità erano state costituite dal PFR per inquadrare i giovani dell’Urbe in reparti paramilitari e curarne la formazione in vista di un successivo ipotetico impiego bellico. Se i Gruppi “Onore e Combattimento” sono piuttosto conosciuti, dubbi vi erano sul “Roma o Morte”, una unità pre-militare composta da Compagnie della Morte e Reparti Volontari d’Assalto, sul quale mancano notizie certe.

Le foto delle Camicie Nere operanti in Via Rasella e Via Quattro Fontane delineavano profili certamente non giovanili e, di logica, difficilmente potevano essere associati ad appartenenti a reparti di adolescenti. Infine, un altro dubbio: il Battaglione “Roma o Morte” era già stato costituito nel Marzo 1944?
Consultando l’emeroteca della Fondazione della RSI si è risolta la questione, effettivamente il “Roma e Morte” era operativo a quella data, potendo schierare ben mille giovani romani e gli “anziani” che operarono quel 23 Marzo in Via Rasella potevano essere benissimo gli Ufficiali di questo reparto, accorsi sul luogo dopo l’esplosione.
Giorgio Sala ha sollevato un’altro dubbio: l’unica foto conosciuta del Battaglione “Tevere” ritrae effettivamente questa unità?

L'attribuzione in oggetto era stata data in relazione al ritrovamento di una coppia di mostrine pentagonali nere caricate di lupa romana con motto garibaldino sottostante “Roma o Morte” e gladi repubblicani che, nel libro Distintivi e Medaglie della R.S.I. (vol. I, pag. 83), venivano identificate come fregi appartenenti al Battaglione “Tevere”. Identificazione avvenuta sicuramente per la presenza del motto di cui sopra, largamente usato dopo l’entrata degli Alleati in Roma il 4 Giugno 1944. Si deve considerare che di questi reparti nulla si conosceva. Anzi, prima degli studi e ricerche di Giorgio Sala e relativa pubblicazione su Brigate Nere. Le mobili, le operative, le speciali, le autonome, si credeva che il Battaglione “Tevere” (o addirittura la VII Brigata Nera “Tevere”) fosse stato costituito nell’Estate del ’44, con fascisti romani trasferitisi a Milano dopo la perdita della Capitale.
Nella foto in questione (in possesso di Giorgio Sala), il reparto è schierato alla presenza di Carlo Borsani e, di conseguenza, tutti hanno collocato fisicamente l’evento ritratto a Milano, dove Borsani viveva. Tuttavia, Sala aveva notato su questa foto una piccola didascalia riportante la scritta “Roma 1944”, che ha indotto a porsi degli interrogativi. La soluzione del rebus è arrivata consultando la documentazione disponibile presso la Fondazione della RSI: Borsani, quel tragico 23 Marzo, non era a Milano (come si era ipotizzato), ma nella Capitale! Infatti, alla presenza del Battaglione “Roma o Morte” schierato compattamente per l’occasione, insieme al Battaglione Paracadutisti “Nembo”, Borsani tenne il discorso ufficiale per l’anniversario della Fondazione dei Fasci presso la Federazione dell’Urbe, ospitata al Ministero delle Corporazioni, in Via Vittorio Veneto. Quando esplose la bomba gappista gli intervenuti alla manifestazione scesero in strada e corsero a vedere cosa era accaduto: il Ministero, infatti, dista circa duecento metri dal luogo dell’attentato. Tra questi vi furono gli Ufficiali del Battaglione “Roma o Morte” che, per l’appunto, vennero ritratti nelle fotografie scattate in quei drammatici momenti. Così anche l’unica fotografica conosciuta dei Militi del “Tevere” deve essere interpretata come l’unica fotografia conosciuta dei ragazzi del “Roma o Morte”, schierato il 23 Marzo 1944, alla commemorazione della Fondazione dei Fasci di Combattimento tenutasi presso la Federazione dell’Urbe in Via Vittorio Veneto.

Tutto ciò testimonia come, ancor oggi, la storia della Repubblica Sociale Italiana sia avvolta da misteri e sia un mondo ancora tutto da scoprire...

Claudio Cantelmo


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

P. Cappellari, Lo sbarco di Nettunia e la battaglia per Roma, Herald Editore, Roma 2010
F. Ciavattone, Brigate Nere. Le mobili, le operative, le speciali, le autonome, Lo Scarabeo, Milano 2012
R. Katz, Roma città aperta. Settembre 1943 – Giugno 1944, Il Saggiatore, Milano 2009
F. Sparacino, Distintivi e Medaglie della R.S.I., Editrice Militare Italiana, Milano 1988, vol. I

martedì 5 febbraio 2013

La generazione Erasmus, la generazione sospesa


A partire dalla fine del secolo scorso la società civile, finanziata rigorosamente da ingenti somme estere, ha messo in moto una gigantesca e sottile campagna, che continua tutt’ora, consistente nell'educare i giovani ad essere “aperti”, “tolleranti” e “senza complessi”, guarda caso proprio quello di cui ha bisogno il mercato internazionale del lavoro. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: la generazione Erasmus. Quest'ultimo è il nome del programma universitario europeo che permette agli studenti di trascorrere parte della loro carriera accademica in un paese dell’Unione, istruendoli ad essere “flessibili” e internazionalisti o, ancora meglio, la generazione “Work and Travel”. Questa formula, indica le offerte lavorative provenienti da paesi lontani indirizzate ai giovani attirandoli a lavorare per delle paghe misere in cambio della possibilità di viaggiare, adescandoli con la promessa dell’esperienza e della novità.
Una intera generazione di giovani cresciuta non avendo alcuna aderenza alla terra, che non desidera nulla per il proprio paese, se non un’occasione per andarsene oltre i mari e in paesi esotici per un “job”. La sua libertà non significa altro che la libertà di essere nessuno, di evadere il più lontano possibile dalla nave naufragata. Una parte di questi naufraghi non vogliono neanche più tornare. Ma non perché sarebbero disgustati dell’incompetenza e della corruzione  della classe politica antifascista (motivo molto serio tra l’altro)  che hanno ridotto il paese sul lastrico, ma perché non hanno più alcun valore che giustifichi un ideale. Non hanno un sentire in base al quale associarsi per dare vita a una forza sociale. Non trovano motivi per rimanere o per ritornare a casa perché sono privi di qualsiasi forza creatrice. 
Cos’altro avrebbero da proporre al di fuori di americanismi e gadget d’ultima ora?
Ci si muove progressivamente verso il modello della “società aperta”, nella quale l’unico diritto reale è quello della “libera circolazione”. Aspetto, quest’ultimo, paradossale, che è facilmente vibile nel caso dell’Europa dell’est, la quale con la caduta del blocco comunista, ha si guadagnato il diritto a viaggiare liberamente, ma ha perso il diritto di rimanere a casa.
Si spera che ben presto i giovani prendano coscienza del fatto che i problemi si possono risolvere solo attraverso “noi stessi”, raggruppandosi, mediante il lavoro e il sacrificio. Un’altra via semplicemente non esiste.

Giovani, il futuro che non si vede

Falcidiare gioventù, identità, radicamento e salvaguardia delle proprie origini si può. E' la dimostrazione che il turbocapitalismo colpisce nelle propaggini più profonde del tessuto sociale e nazionale, più di quanto si creda.
Colpisci il capitale > non dare sostegno ai suoi complici > Azione Diretta > APZ



Altro che "choosy" o "sfigati". A rispondere agli appellativi, certamente poco eleganti, del ministro Fornero e del sottosegretario Martone, che avevano chiamato così i giovani italiani in cerca di lavoro o che non si sono laureati nei tempi previsti, ci hanno pensato il dipartimento di sociologia dell'università Cattolica e il Consorzio AlmaLaurea che, su commissione della Fondazione Sussidiarietà, hanno chiesto a quasi 6 mila neolaureati se sono stati disponibili a trasferire la propria residenza in un'altra città o ad accettare lunghi trasferimenti casa-lavoro.
Ebbene, nel rapporto "Sussidiarietà e... neolaureati e lavoro", dei 5730 giovani intervistati il 53% ha mostrato un'elevata adattabilità agli spostamenti e ai sacrifici per il lavoro. Tra i picchi superiori alla media registrati dalla ricerca gli uomini (il 63%), gli ingegneri (60%), i lavoratori precari (60%), i lavoratori autonomi (altro 60%) e i residenti al Centro-Sud (anche qui il 60%, dieci punti percentuali in più rispetto ai residenti al Nord).
Entrando nello specifico della ricerca svolta, il 54% ha svolto uno stage in Italia, il 9% all'estero. Ai programmi di studio fuori dall'Italia hanno partecipato in maggioranza i laureati in Lingue (uno su tre), seguiti dagli agrari (uno su cinque).

Più diffusi gli stage in patria. A farne uso sono soprattutto gli psicologi (74%), gli architetti (62,7%) e chi ha seguito studi politici e sociali (60,8%). Chi si muove meno per stage, sia in Italia sia all'estero, sono i laureandi e laureati in Giurisprudenza. Nel dossier presentato è dimostrato che i più "adattivi" alle esigenze del mercato guadagnano in media 100 euro in più al mese e gli stage fatti durante il periodo della laurea o i master subito dopo consentono un guadagno netto superiore: 1381 euro contro i 1263.
Tra le tipologie identificate dallo studio spiccano quelle dei "precari in cerca di gloria", che rappresentano il 39,6%, e gli "adattivi ma deboli", che rappresentano il 34,8%.

La prima categoria è composta essenzialmente da laureati in Lingue, Ingegneria, Economia e Statistica ina tenei del sud Italia, sono stati intraprendenti durante la laurea e hanno un'elevata disponibilità ad adattarsi a tempi e luoghi di lavoro. Hanno partecipato al programma Erasmus, hanno contratti a tempo determinato e hanno già cambiato tre lavori. Operano nel settore delle telecomunicazioni, chimico, metalmeccanico, dell'elettronica, provengono da famiglie di ceto medio-basso e guadagnano 1265 euro al mese.
Gli "adattivi ma deboli" corrispondono invece a giovani che sono stati poco attivi durante il periodo della laurea ma che hanno sviluppato oggi più flessibilità. Si tratta in prevalenza di donne che vivono e lavorano al Nord e non hanno fatto stage né esperienze all'estero. Anche loro provenienti da famiglie di ceto medio-basso, sono occupati a tempo determinato nel settore del commercio, chiedono orari di lavoro adeguati e guadagnano 1212 euro al mese.
Tra le categorie schematizzate nel dossier ci sono anche quelle chiamate "Elites intraprendenti", rappresentano il 14,5%, sono figli del ceto dirigente del Nord, sono laureati in materie politico-sociali, economico-statistiche o ingegneria, hanno master o dottorati di ricerca e hanno conseguito la laurea in tempi brevi con voti superiori alla media. Loro guadagnano 1352 euro al mese.

Infine ci sono i "rassegnati". Sono l'11,1%, in maggioranza donne del nord Italia, si sono laureati tardi, trovano la laurea poco efficace rispetto al lavoro trovato, provengono da famiglie di ceto medio dipendente e cercano la sicurezza contrattuale. Oggi guadagnano 1164 euro al mese.

Fonte: Ustation.it

giovedì 31 gennaio 2013

Ai giovani il compito di riprendersi il proprio destino..

"In questa risurrezione assumerà un ruolo grandioso la gioventù. Essa è chiamata dal destino sulla scena della storia. Non ci comprendono i vecchi uomini? Non ci comprendono perché l'appello sacro del destino solo noi lo possiamo udire, solo noi lo intendiamo, poiché solo a noi esso è rivolto. 
C.Z.Codreanu - Il Capo di Cuib

lunedì 6 agosto 2012

La formazione nella crescita, elemento imprescindibile per una gioventù sana

Nella formazione del carattere di un giovane, destinato a divenire uomo, l’educazione che si riceve durante l’età infantile ed adolescenziale è la colonna portante, meglio ancora le fondamenta sulle quali l’individuo baserà la propria vita. Se esse sono solide, ben strutturate, costruite con amore, allora il risultato non potrà che essere positivo, il ragazzo nel suo processo di maturazione non potrà che prendere coscienza di sé stesso e diventare un elemento solido e ben piantato, con principi sani, valori veri. In quella educazione rientra un numero considerevole di fattori di cui i principali sono: la famiglia, la scuola, la televisione (o mass-media in generale). Della concezione famigliare vera e soprattutto naturale, ormai al giorno d’oggi è rimasto ben poco. Un nucleo famigliare sano è infatti composto da un padre con una solida stabilità psicologica e valoriale, con un lavoro buono e sicuro (che però non vuol dire garantito); una madre, sì disposta a lavorare per poter aiutare la famiglia, senza però dimenticare il ruolo di educatrice e custode del “focolare” famigliare; e un numero di figli tanti quanti la coppia si sente in grado di poter sostenere e crescere in serenità. Devono essere quindi date regole ferme, il figlio non deve fare ciò che vuole e deve imparare il senso del rispetto e del dovere. Ebbene, al giorno d’oggi assistiamo oltre che ad una perdita totale di questa concezione, addirittura ad una spinta verso tutto ciò che è sovversivo e contro natura. Da qui si potrebbe aprire un lungo dibattito, ma lo scopo è solo far capire in che condizioni cresce un ragazzo, non analizzare le cause dello sfaldamento della famiglia tradizionale. Dal nucleo o “nido” famigliare avviene quindi il primo passo, ovvero l’apprendere l’importanza di mantenere sempre e comunque un comportamento corretto, serio, rispettoso, giusto. Per tutto quello che riguarda la formazione invece il dito va puntato sulla scuola e sui mass-media (in cui la televisione fa la parte del leone). Manipolati spietatamente da invisibili forze sovversive (da molti definite come plutocrati internazionali) il cui unico scopo è creare una nazione di persone che crescono per consumare ed “avere”, il “sistema” inculca nelle giovani menti, toccandole al cuore con le giuste immagini e le giuste parole, determinati schemi mentali e concezioni standard che tutti devono avere. Ci fanno studiare libri su cui scrivono falsità, ci propinano tonnellate di programmi in cui imperversano la futilità e la superficialità. Sottolinea Rutilio Sermonti in Italia del XX secolo: “Il cosiddetto individuo, l’atomo del villaggio globale dominato da Mammona, deve essere fatto secondo un unico stampo, deve adottare certi schemi mentali, ambire e disprezzare le stesse cose sotto tutti i cieli, senza distinzione di razza, di sesso, di religione, di tradizioni, quasi fosse prodotto in serie come i prodotti che consuma. E se gli uomini reali non sono fatti in quel modo, ebbene li si amputa, li si distorce, li si programma, li si aggiusta affinché lo diventino. Il controllo meticoloso dei mass-media, cui si aggiungono il cinema, l’editoria e persino la pubblica istruzione, oramai lo permettono, per la prima volta dalla comparsa dell’uomo sulla terra. È concretamente possibile, insomma, condizionare l’umanità intera in un unico modo, fabbricandole un mondo artificiale, standardizzato, ipnotico, e indurla ad accettarlo come vero, perdendo persino qualsiasi facoltà di guardarsi intorno.”  Non è da sottovalutare, dunque, che il giovane d’oggi, sommando tutto ciò che è stato elencato, cresca improntato, con determinate componenti sovversive che lo orientano in direzioni sbagliate. Le voci che ancora sostengono valori autentici, verticali e qualificanti, sono sempre meno, sempre meno le possibilità di entrare in contatto con le persone che possono “ridestare” le menti dal torpore. La verità non si conosce più ed è messa in discussione, la giustizia è dispersa, negata, vengono sprangate le porte, sbarrate le strade. Diventa per questo, sempre più difficile lottare con sé stessi per uscire dalla fanghiglia e dal pantano dentro il quale ci hanno fatto crescere. Il disorientamento che si prova apprendendo determinate conoscenze - esperienza personale - è come quando ci si sveglia da un sogno. Comprendere e sperimentare su di sé queste esperienze il più possibile è essenziale. Provare ad essere uomini veri che seguono certi ideali e che rimangono fedeli alla parola data richiede un brusco cambiamento di rotta, la cosiddetta scalata della montagna.  Più andiamo avanti e  più la montagna da scalare si fa alta e ripida, la lotta sempre più dura..  ma la gioia rivoluzionaria è un privilegio per pochi …
Elio Carnico

mercoledì 3 marzo 2010

Il consiglio comunale dei giovani (dove sta?)

Da trcgiornale (che gentilmente ringraziamo): A distanza di un anno dalle elezioni cosa ha prodotto il consiglio comunale dei giovani? Lo abbiamo chiesto al presidente dell'assemblea[...] “L'esperienza fino adesso - spiega Zucaro - non è completamente positiva perchè abbiamo avuto qualche difficoltà dovuta alla mancanza di esperienza nel gestire una situazione assolutamente nuova. L'unica attività condotta è stata una raccolta fondi per i terremotati dell'Abruzzo."[...] “Questo primo anno è stato di ambientamento"


Beh questa notizia non poteva certo passarci inosservata, in particolar modo a persone alle quali è stato impedito di candidarsi e perfino di votare per un regolamento emanato dalla Regione che confliggeva addirittura con un decreto del Presidente della Repubblica (democratica?).
Le parole del presidente dell'assemblea ci lasciano veramente perplessi, un anno per ambientarsi?? non mi sembra che il consiglio dei giovani sieda nella stanza dei bottoni, da statuto è un'organo che puo solamente fare delle proposte al governo locale per quanto concerne la politica giovanile. Considerando il fatto che questa è la prima esperienza che la nostra realtà sperimenta a nostro parere si poteva veramente fare di più...specialmente da parte di chi, interrogato a proposito risponde con frasi tipo "e l'amico tuo che fece?", risposte che non dovrebbero essere usate cosi incautamente poichè renderebbero il discorso che si sta facendo veramente più ampio e a volte è veramente inutile parlare con chi non vuol sentire.