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giovedì 21 gennaio 2016

Il flop "Garanzia Giovani"



Doveva essere la risposta “Europea” alla disoccupazione giovanile, si è rivelato un vero e proprio flop: il progetto “garanzia giovani” è tutto tranne che una garanzia. Il Piano Europeo, infatti, avrebbe dovuto tramite i fondi stanziati (1,5 miliardi di euro) favorire l’inserimento nel mondo lavorativo dei giovani disoccupati. In pratica, un’opportunità sia per l’azienda  di assumere un ragazzo senza costi, e sia per il tirocinante di farsi conoscere e intraprendere un percorso lavorativo. Insomma sembrava la svolta per poter sbloccare una situazione, quella della disoccupazione giovanile, in Italia buia come non mai.
Ma  sono numerosissime le testimonianze,  rintracciabili su internet, di ragazzi che dopo quattro mesi dall’inizio del tirocinio ancora non hanno visto un euro, alcuni addirittura ancora niente al sesto mese, quindi dopo aver già concluso il periodo di lavoro previsto. Alcuni, non riuscendo più a sopperire alle spese,  hanno dovuto rinunciare.  
Il progetto si è rivelato, infatti un macchinoso sistema divora – soldi (soprattutto nel centro-sud) dove il grosso dei fondi stanziati è andato alle aziende private, agenzie del lavoro o Enti di formazione. Il tirocinante, costretto ad un interminabile odissea burocratica, è infatti sottoposto al controllo di un “terzo” che si frappone fra lavoratore e azienda. E così che, ritrovandosi a lavorare gratis per mesi e mesi, il giovane deve anche sopportare inutili spostamenti in auto, attese e telefonate per compilare carte con persone che nulla c’entrano col proprio impiego. Perché in tutto questo losco giro, ottenere il rimborso è una vera e propria battaglia, dovendo combattere con Enti, centri per l’impiego, Regione e Inps, i quali totalmente impreparati e incompetenti, altro non sanno fare che scaricare continuamente barile. Tanto che per poter capirci qualcosa, molti ragazzi si sono riuniti nei social network per potersi scambiare a vicenda numeri e contatti ai quali fare riferimento. A dir poco assurdo.
Il ragazzo può solo sperare nel buon cuore del datore di lavoro, che eventualmente può anticipare il pagamento. Ma spesso anche quest’ultimo ha solamente colto l’occasione per “sfruttare” un giovane a costo zero, per il periodo prefissato, e poi tanti saluti.
Questo progetto, che doveva essere la svolta, si è dimostrato (com’era da aspettarsi) solo che una presa in giro, in quanto anziché essere visto come occasione per creare nuove opportunità di lavoro, si è rivelato solo una opportunità di guadagno per tutti, tranne che per il giovane.

Il che conferma, come ci insegnatoci da Codreanu, che un programma può anche essere perfetto ma se la qualità umana che lo porta in atto è scadente, non ci sono possibilità che esso vada a buon fine. Ed essendo ormai l’Italia preda di egoisti, approfittatori e mangiasoldi, il risultato non poteva essere che questo.  E’ inutile illudersi che progetti come “Garanzia Giovani” possano cambiare le cose: se prima non si cambia la qualità umana, niente potrà migliorare la situazione.

AzionePuntoZero

martedì 29 dicembre 2015

Quando si annulla il Natale



Nascondere la propria identità in nome dell’integrazione. È stata la scelta di diverse scuole in Italia, che per paura di urtare i sentimenti dei bambini non cristiani hanno preferito annullare il Natale.

Quando si annulla il Natale nelle scuole si nascondono le proprie tradizioni, ma per i bambini e gli stranieri di altre religioni che arrivano in Italia "è importante avere di fronte qualcuno che abbia una sua identità con cui parlare e confrontarsi", spiega Piergiorgio Acquaviva. La paura di urtare la sensibilità dell'altro è arrivata al punto di nascondere anche le opere d'arte che sono una parte imprescindibile della cultura italiana. È il caso di una scuola fiorentina che ha tolto dal programma la visita alla mostra "La divina bellezza" per la presenza di immagini cristiane.

A questo punto si potrebbe chiudere la Cappella Sistina, tutti i musei italiani, coprire di veli i monumenti sparsi per tutta l'Italia. Ovviamente sarebbe una follia, d'altronde inutile. Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito Piergiorgio Acquaviva, presidente del Consiglio delle Chiese cristiane di Milano.

— Il Natale 2015 è stato segnato da scandali. In molte scuole si è deciso di non allestire il presepe o annullare i canti natalizi per non urtare la sensibilità dei bambini non cattolici. Lei che ne pensa di queste scelte?

— Questo è un problema che si ripete periodicamente nelle scuole italiane. Quest'anno è emerso in modo più prepotente, perché le ferite degli attentati di Parigi, dell'aereo russo sul Sinai, di Beirut hanno proiettato sul Natale la paura. C'erano due sentimenti contrastanti: da una parte una sottolineatura molto identitaria, dall'altra un senso che io considero un po'malinteso, cioè di laicità. Parlo del tentativo di rinunciare alle proprie tradizioni per non urtare la sensibilità dei non cristiani.

Io trovo la soluzione adottata in alcune scuole un po' sciocca, non è quello il problema: coloro che arrivano nei Paesi dell'Europa occidentale da zone di guerra, che sono per la stragrande maggioranza di religione islamica, normalmente non si sentono feriti o offesi dai simboli religiosi della cristianità. Sanno benissimo che vengono in terre di tradizione cristiana. Per loro è importante avere di fronte qualcuno che abbia una sua identità con cui parlare e potersi confrontare.

— Possiamo dire che queste scelte fatte dalle scuole producono l'effetto contrario?

— Sicuramente. Va aggiunto che l'insistenza dei media su alcuni singoli casi fa diventare il problema più grosso di quello che è. C'è stato il caso di Rozzano, quello più clamoroso, quando il preside ha deciso di non fare il concerto di Natale, rinviando a gennaio la festa "dell'inverno", che non si capisce esattamente cosa potesse essere. Io ho contato circa una decina di casi simili in giro per l'Italia. Non mi sembrano tali da poter dire che c'è un cambiamento di atteggiamento. Gli italiani hanno una tradizione di tolleranza e i singoli insegnanti poi nelle loro classi sono liberi di portare avanti il loro programma.

Il preside può decidere l'utilizzazione di alcune sale della scuola, però non può entrare nella libertà del singolo docente. Nel nostro ordinamento gil insegnanti sono liberi di avere l'approccio che preferiscono. A parte qualche preside che decide di imputarsi sui principi della laicità, non ci sono tantissimi insegnanti che hanno chiuso le loro classi alla religione.

— Comunque il caso di Rozzano non è stato l'unico, un po'in tutta Italia si è visto questo fenomeno, che non ha riguardato solo la religione, ma anche l'arte e la cultura. A Firenze una scuola ha annullato una visita alla mostra "La divina bellezza", perché vi erano immagini cristiane. Non ritiene un errore nascondere la propria cultura e identità?

— Ovviamente, questo non ha senso, altrimenti dovremmo chiudere gran parte dei nostri musei, perché tutta l'arte rinascimentale e medievale italiana è in ogni caso di ispirazione religiosa. Io credo personalmente che ebrei, musulmani e buddisti che vanno a visitare la Cappella Sistina e si vedono davanti il Cristo risorto nel Giudizio dell'ultimo giorno, non si possano sentire offesi. Io non ho mai sentito nessuno che si sentisse offeso da manifestazioni d'arte, forse è un pensiero che uno può avere, ma per sua scarsa cultura.

— La vera ricetta dell'integrazione quindi non è il tirarsi indietro, ma il condividere la propria cultura con l'altro?

— Certamente condividere. C'è da dire però che è da evitare l'atteggiamento opposto, non si possono utilizzare i crocefissi come armi. Alcune volte le sottolineature identitarie possono rischiare di diventare strumentalizzazione in politica. Abbiamo visto alcuni esponenti della Lega Nord che si sono subito presentati fuori dalle scuole gridando "giù le mani dal presepe, dal crocefisso". Il problema non è quello, la religione non è un'arma. Se ci ricordiamo, la prima lettera di Pietro dice "essere sempre pronti a rispondere a chi vi domandi ragione della speranza che è in voi, ma fate questo con dolcezza e rispetto".

Il messaggio cristiano è un messaggio di pace e salvezza, non è un'arma da impugnare.


(Fonte: http://it.sputniknews.com)

mercoledì 28 ottobre 2015

Quando Halloween si chiamava Samhain



Si avvicina Halloween: la festa commerciale che oggi oscura, purtroppo, il nostro Ognissanti. Se andiamo però a ricercare le vere origini della festa delle zucche, scopriamo allora che il vero nome è Samhain è che proviene dalla tradizione celtica, e che aveva, in orìgine, un importante significato spirituale. Essa, esportata oltreoceano dagli Irlandesi emigrati, ritorna in Europa  storpiata "alla americana", ovvero svuotata di qualsiasi significato spirituale, Ecco arrivare da noi  un'altra festività da discoteca horror-satanica, ennesima occasione buona  per spendere e sballarsi...

Fonte: (www.irlandando.it)

Forse non tutti sanno che la festa di Halloween non nasce in America ma ha origini antichissime rintracciabili in Irlanda, quando la verde Erin era dominata dai Celti. Halloween corrisponde infatti a Samhain, il capodanno celtico.

Dall’Irlanda, la tradizione è stata poi esportata negli Stati Uniti dagli emigranti, che, spinti dalla terribile carestia dell’800, si diressero numerosi nella nuova terra.

Ma affrontiamo insieme nel dettaglio il viaggio dall’Irlanda dei Celti fino ai giorni nostri, osservando cosa è successo e come, attraverso i secoli, sono cambiate le cose.

Halloween: etimologia del nome
Il nome Halloween (in irlandese Hallow E’en), deriva dalla forma contratta di All Hallows’ Eve, dove Hallow è la parola arcaica inglese che significa Santo: la vigilia di tutti i Santi, quindi. Ognissanti, invece, in inglese è All Hallows’ Day. L’importanza che, tuttavia, viene data alla vigilia si deduce dal valore della cosmologia celtica: questa concezione del tempo, seppur soltanto formalmente e linguisticamente parlando, è molto presente nei paesi anglofoni, in cui diverse feste sono accompagnate dalla parole “Eve”, tra cui la stessa notte di Capodanno, “New Year’s Eve”, o la notte di Natale “Christmas Eve”.

I Celti e i festeggiamenti di Samhain
I Celti erano prevalentemente un popolo di pastori, a differenza di altre culture europee, come quelle del bacino del Mediterraneo. I ritmi della loro vita erano, dunque, scanditi dai tempi che l’allevamento del bestiame imponeva, tempi diversi da quelli dei campi.

Alla fine della stagione estiva, i pastori riportavano a valle le loro greggi, per prepararsi all’arrivo dell’inverno e all’inizio del nuovo anno. Per i Celti, infatti, l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio come per noi oggi, bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed iniziava la stagione delle tenebre e del freddo, il tempo in cui ci si chiudeva in casa per molti mesi, riparandosi dal freddo, costruendo utensili e trascorrendo le serate a raccontare storie e leggende.

Il passaggio dall’estate all’inverno e dal vecchio al nuovo anno veniva celebrato con lunghi festeggiamenti, lo Samhain (pronunciato sow-in, dove sow fa rima con cow), che deriverebbe dal gaelico samhuinn e significa “summer’s end”, fine dell’estate. In Irlanda la festa era nota come Samhein, o La Samon, la festa del Sole, ma il concetto è lo stesso.

In quel periodo dell’anno i frutti dei campi (che pur non essendo la principale attività dei celti, venivano comunque coltivati) erano assicurati, il bestiame era stato ben nutrito dell’aria fresca e dei pascoli dei monti e le scorte per l’inverno erano state preparate. La comunità, quindi, poteva riposarsi e ringraziare gli Dei per la loro generosità. Ciò avveniva tramite lo Samhain, che, inoltre, serviva ad esorcizzare l’arrivo dell’inverno e dei suoi pericoli, unendo e rafforzando la comunità grazie ad un rito di passaggio che propiziasse la benevolenza delle divinità.

L’importanza che la popolazione celta attribuiva a Samhain risiede nella loro concezione del tempo, visto come un cerchio suddiviso in cicli: il termine di ogni ciclo era considerato molto importante e carico di magia. Insieme a Samhain (31 ottobre, appunto) si festeggiavano Lughnasadh (1 agosto), Beltane (30 aprile o 1 maggio), Imbolc (1-2 febbraio), Yule (21 dicembre), Ostara (21 marzo), Litha (21 giugno) e Mabon (21 settembre).

L’avvento del Cristianesimo non ha del tutto cancellato queste festività, ma in molti casi si è sovrapposto ad esse conferendo loro contenuti e significati diversi da quelli originari.

La morte era il tema principale della festa, in sintonia con ciò che stava avvenendo in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, mentre in realtà si rinnova sottoterra, dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i morti. Da qui è comprensibile l’accostamento dello Samhain al culto dei morti.

I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 ottobre, Samhain chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge, e che le forze degli spiriti potessero unirsi al mondo dei viventi, provocando in questo modo il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio e facendo sì che l’aldilà si fondesse con il mondo dei vivi e permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra.

Samhain era, dunque, una celebrazione che univa la paura della morte e degli spiriti all’allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno. Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro. Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.


In Irlanda si diffuse l’usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero reso visita ai propri familiari, affinché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi.

L’avvento del Cristianesimo
Attraverso le conquiste romane, Cristiani e Celti vennero a contatto. L’evangelizzazione delle Isole Britanniche portò con sé un nuovo concetto della vita, molto distante da quello celtico e durante tale periodo la Chiesa tentò di sradicare i culti pagani, ma non sempre vi riuscì. Halloween non fu completamente cancellata, ma fu in qualche modo cristianizzata, tramite l’istituzione del giorno di Ognissanti il 1° Novembre e, in seguito, della commemorazione dei defunti il 2 Novembre.

Fu Odilone di Cluny, nel 998 d.C., a dare l’avvio a quella che sarebbe stata una nuova e longeva tradizione delle società occidentali. Allora egli diede disposizione affinché i monasteri dipendenti dall’abbazia celebrassero il rito dei defunti a partire dal vespro del 1° Novembre. Il giorno seguente era invece disposto che fosse commemorato con un’Eucarestia offerta al Signore, pro requie omnium defunctorum. Un’usanza che si diffuse ben presto in tutta l’Europa cristiana, per giungere a Roma più tardi.

La Festa di Ognissanti, infatti, fu celebrata per la prima volta a Roma il 13 Maggio del 609 d.C., in occasione della consacrazione del Pantheon alla Vergine Maria. Successivamente, Papa Gregorio III stabilì che la Festa di Ognissanti fosse celebrata non più il 13 Maggio, bensì il 1° Novembre, come avveniva già da tempo in Francia. Fu circa nel IX secolo d.C. che la Festa di Ognissanti venne ufficialmente istituzionalizzata e quindi estesa a tutta la Chiesa, per opera di Papa Gregorio IV.

Fanno eccezione i cristiani Ortodossi, che coerentemente con le prime celebrazioni, ancora oggi festeggiano Ognissanti in primavera, la Domenica successiva alla Pentecoste.

L’influenza del culto di Samhain non fu, tuttavia, sradicata e per questo motivo la Chiesa aggiunse, nel X secolo, una nuova festa: il 2 Novembre, Giorno dei Morti, dedicato alla memoria delle anime degli scomparsi.

Dall’Irlanda agli Stati Uniti
Verso la metà del XIX secolo, l’Irlanda fu investita da una terribile carestia, ancor oggi ricordata con grande partecipazione dagli irlandesi. In quel periodo per sfuggire alla povertà, molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentar fortuna negli Stati Uniti, dove crearono, come molte altre nazionalità, una forte comunità. All’interno di essa venivano mantenute vive le tradizioni ed i costumi della loro patria, e tra di essi il 31 Ottobre veniva celebrato Halloween.

Ben presto, questa usanza si diffuse in tutto il popolo americano, diventando quasi una festa nazionale.

Più recentemente, gli Stati Uniti grazie al cinema ed alla televisione hanno esportato in tutto il mondo i festeggiamenti di Halloween, contagiando anche quella parte dell’Europa che ne era rimasta estranea. In moltissimi film e telefilm spesso appaiono la famosa zucca ed i bambini mascherati che bussano alle porte. E molti, infine, sono i libri ed i racconti horror che prendono Halloween come sfondo o come spunto delle loro trame.

Negli Stati Uniti Halloween ha perso i suoi significati religiosi e rituali, ed è diventata un’occasione per divertirsi e organizzare costosi e allegri festeggiamenti. Pare che ogni anno gli Americani spendano due milioni e mezzo di dollari in costumi, addobbi e feste per il 31 ottobre!

domenica 27 settembre 2015

ALIENA TEMPORA CURRUNT

Sono tempi strani.

Mi sveglio, il televisore appena acceso (vecchia abitudine galeotta) manda canzoncine ridicole, sigle di cartoni animati  e già nell’alzarmi dal letto la giornata ha assunto i contorni della farsa mesta e tragica. Esco e mi sento già stanco, mi guardo intorno e dentro di me, e il Nemico è dappertutto.
Le persone oscillano tra una mesta docilità, una rabbia inespressa (Facebook è diventato la valvola di sfogo della nazione) ed il caratteristico vittimismo.
Gli sfoghi cominciano solitamente con le parole «dovrebbero» o «bisognerebbe». Chi sarebbe il salvatore, o i salvatori, non è dato saperlo. Forse Renzi, o Grillo o Savini, addirittura la Meloni (lei? salvare chi? al massimo le sue parassitarie prebende!), spesso è genericamente «la gente» che «vedrai tu quando…». Il «quando» fissa una prospettiva fosca - quando non ci sarà più da mangiare, quando staremo tutti per strada, quando avremo toccato il fondo, quando i clandestini ci avranno invaso - oppure un decisivo momento di rottura - quando ci sveglieremo, quando «avremo vinto». Allora li saremmo (chi?) «andati a prendere».
A questo si aggiunge il bombardamento mediatico che forgia le menti e le coscienze, riportando tutti sul giusto binario del «dialogo». È indispensabile essere «civili». Essere «pazienti». 

Qualsiasi cosa che escadagli steccati costruiti dai media viene liquidata (e condannata) come «violenza». Non so come, ma la dottrina del «politicamente corretto» si sposa perfettamente con gli eccidi virtuali del «quando».
«Vergogna» e «dignità» continuano ad essere i termini più apprezzati mentre guardo intontito le immagini delle esecuzioni dell’ISIS, delle rivolte in Ucraina scorrere sullo schermo del televisore.
I TG dicono tutto ed il contrario di tutto perché non sanno bene che posizione prendere – dilaniati tra la generica linea anti-russa e la presenza in piazza di nazionalisti. Così la rivolta è opera di «neonazisti». Poco dopo è di «cittadini che chiedono di entrare in Europa».
Così come per gli sbarchi e i naufragi sulle nostre coste. Un giorno accusiamo la Germania e la culona della cancelliera Merkel che ci dice di tenerceli, un giorno la esaltiamo perché li accoglie tutti (ma non i nostri, i siriani che vengono dall’Ungheria)
Intanto sempre i TG ci parlano di «giovani drogati» che per una dose sterminano i nonni, di padri disperati che uccidono figli tossici e si suicidano, di bimbi, di madri, di pensionati falciati sul marciapiede dai soliti «automobilisti ubriachi», mentre dilagano le baby adolescenti «di buona famiglia» che si prostituiscono per qualche capo «griffato» con professionisti, manager e rispettabili padri di famiglia. Nessuno ci fa caso. Manco la Mussolini, che si è subito ripresa il pedofilo e fedigrafo consorte…

Ci si suicida perché si è perso il lavoro o perché si deve chiudere l’azienda. Cala un sipario nero, come dimezzanotte, e compare il Nemico, il Calunniatore, il Seduttore… «Chi me lo fa fare, il lavoro, la famiglia…» è il mantra, l’autoassoluzione e scongiuro per tutto.
Ma ci sono «segnali di ripresa». Siamo ormai «fuori dalla recessione» e quasi «fuori dalla crisi» se fossimo stati civili, se fossimo stati responsabili… «Responsabilità» è in effetti una delle parole d’ordine da qualche anno: bisogna «lavorare» e «concentrarsi» sui «problemi reali del paese», perché solo così «ne saremmo usciti», ed ogni deviazione è una mancanza di «responsabilità», ce lo dicono Renzi e Berlusconi, e perfino Grillo. E soprattutto il neo presidente Mattarella, emerso dalle nebbie della prima repubblica e già santificato.
Quotidianamente ci spiegano come avevamo sbagliato tutto (millenni di civiltà) ed eravamo «inadeguati». Siamo in un momento storico (detto «il nostro tempo») in cui il mondo «è cambiato» e dobbiamo adattarci. A dimostrarlo, c’è il fatto che «all’estero» non sono come noi – «all’estero» è un «paese civile», un Eldorado dove il «progresso», Obama e la Merkel hanno risolto ogni problema. Da noi invece in concomitanza delle tornate elettorali vengono arrestati ex ministri, governatori, sindaci, banchieri e faccendieri: tutti, stupiti, al momento dell’arresto ci dicono che «non hanno fatto nulla di illegale, hanno preso, o dato, soldi, sì, ma non lo sapevano…»
«Ondate bibliche» di disperati – bimbi attratti nel paese dei balocchi - sbarcano a Lampedusa, o ce li andiamo a prendere con la Marina Militare a poche miglia dalle coste dell’Africa: le immagini commuovono e muovono politici, sacerdoti, intellettuali, giornalisti e tutti noi a parole di accoglienza e conforto – e solo parole rimangono, se non occasione di arricchimento e sfruttamento. E di aumento della criminalità, una criminalità feroce e disperata, opera di disperati che non hanno niente da perdere e da fare, .
Sullo schermo del televisore, gli onnipresenti appelli di «Onlus che chiedono soldi» per dei ragazzini africani.
Il «cyberbullismo» è la nuova piaga sociale. Adolescenti si suicidano quasi quotidianamente perché «su siti web dove si può scrivere di tutto» ricevono insulti da parte di «vigliacchi protetti dall’anonimato». L’eroina è ovunque e «gli esperti» (ci sono sempre esperti per ogni cosa) parlano di «ricorsi ventennali delle droghe». Twitter scandisce la dialettica (140 caratteri, hashtag) del dibattito del momento. Intanto, «tanto siamo tutti d’accordo», cominciamo a legalizzare la Cannabis – il nome latino dà un’aura di scientificità, e responsabilità. Giocatori, cantanti e show girl sembra facciano a gara a spacciare le loro «performances» a base di sesso e droga, ed è ritenuto originale e spiritoso che un noto maître à penser mimi in televisione un «tiro» di coca. E poi, togliere il soldi alle mafie, e con lo Stato che ci guadagna!
Tutti incollati al proprio tablet o al proprio smartphone, intenti a «whatsappare» e scattare «selfie». Ma «la rete» è presentata come una giungla inesplorata e pericolosa, dove si annidano pericoli (il più temuto: i «neonazisti» e i «pedofili», spesso associati).
La violenza domina l’Italia. E soprattutto le «curve delle opposte tifoserie», e questo è davvero grave. Ogni polemica si risolve in reciproche accuse di «squadrismo». La «democrazia» è costantemente in pericolo. Per fortuna la Roma dei Casamonica e di Mafia capitale, nelle parole del suo sindaco Marino: «ha saputo cacciare fascisti e nazisti». Ma siamo seri!
La «ludopatia» sta conducendo nell’abisso milioni di famiglie, ma lo stato ci guadagna. Lo spettro della Grecia e del «default» sempre presente. 
La «transofobia» serpeggia. I giovani continuano a morire per «il folle gioco alcolico dei social network». «L’ombra del satanismo» incombe e ci sono stati furti nelle chiese e profanazioni. Halloween ha ormai sostituito il Carnevale.«Gender» è la parola chiave, insieme a «genitore 1» e «genitore 2».

«Mala tempora currunt», si annunciano tempi bui, avrebbe detto Cierone. Io invece mi chiedo com’è che si sia potuto arrivare a questo, a questi tempi strani e che io sento estranei… Ma ormai ho smesso di pormi domande, di cercare quale può essere la verità in questo coacervo di inutili luoghi comuni, e procedo per inerzia, come il Governo. Le persone in strada hanno gli occhi bassi ed un’aura di rassegnazione. L’intero Paese sembra giunto al termine di una relazione – quando nessuno dei due ha il coraggio di lasciare l’altro e la storia va avanti per un po’ malgrado sia finita, e gli istanti in cui sembra funzionare di nuovo servono solo a ricordarti quello che hai perduto.
Lo stato sociale è in crisi, si sente parlare di famiglie, di anziani, di bimbi che hanno fame. Si cammina rasente ai muri, come in tempo di guerra. L’altro giorno ho visto una scena che, settantenne, mi ha riportato ai tempi della mia infanzia: due anziani, neanche malmessi, raccoglievano cicche per recuperarne un po’ di tabacco…
Intanto la depressione, il male oscuro, oscura le volontà e le coscienze…
E questa rassegnazione, troppo evidente per essere ignorata dei media, è presentata come il terreno fertile per la presa di potere dei «populisti». Conservare il «rispetto delle istituzioni» è il limite di critica superato il quale si sfocia nello «squadrismo». Ce lo dicono manager e politici dall’alto delle loro prebende milionarie.
Si annuncia uno strano autunno, senza gioia, senza vendemmie, senza frutti: a confondere ansia e desiderio, disincanto ed illusione.
Intanto ho visto in faccia il Nemico, l’ho riconosciuto: e siamo noi, noi in questo è tempo strano ed estraneo di irresponsabilità, di identità generiche al limite del dissolto! Siamo noi questa società, ed è da noi che deve partire il cambiamento! Una piccola comunità di gente che non si prefigge di cambiare il mondo a colpi di “male minore”, di compromessi e luoghi comuni, ma affermando qui e ora tutta la verità, pur sapendo che è ignorata dai media e dall’opinione pubblica. Nella speranza che il tempo la vedrà trionfare! 

La Verità svelata dal Tempo, forse l’opera più personale scolpita da Gian Lorenzo Bernini e ora nella Galleria Borghese di Roma, dovremmo eleggerla a simbolo del nostro impegno. Il fatto emblematico è che Bernini quella scultura non ha mai potuto terminarla. Proprio come accade spesso a ciascuno di noi, quando ci accorgiamo che non avremo abbastanza tempo per adempiere al nostro compito. Altri, però, continueranno il lavoro iniziato. E non taceranno
Caterpillar

domenica 20 settembre 2015

Breve Invito a Rinviare il suicidio


(Fonte: Aurhelio.it)
Guardando un Tg o leggendo un giornale ci imbattiamo spesso in notizie legate ai suicidi a causa della crisi. Il martellamento tipico del mondo giornalistico ha effetti soporiferi per la ragione umana e succede così che al bar, a scuola, al lavoro, o in qualunque altro luogo preferite sentiamo affermazioni che sembrano lezioni apprese, tra un commento all’ultimo goal di Totti e una lacrimuccia ipocrita per gli sbarchi a Lampedusa emerge il “hanno detto in tv che si è ammazzato per la crisi”.
I media hanno creato un mostro: “la crisi”, e l’hanno nutrito fino al punto di farlo diventare, nella testa delle persone, un mostro sconosciuto, incorporeo, che rapisce le persone, una sorta di orco del terzo millennio, uno spauracchio che nessuno sa bene esattamente cosa sia, ma allo stesso tempo tutti ne parlano come se ne conoscessero ogni dettaglio, commentano, si adirano, provano a dargli una connotazione. Come tutti i mostri ed orchi che si rispettino però, per chi abbia una concezione della fiaba come metafora, il mostro è tutt’altro che fuori di noi, bensì nei recessi della mente, e non qualcosa che dobbiamo affrontare al di fuori di noi stessi. Per arrivare al punto centrale di questo articolo, non è certo la crisi la causa dei suicidi, ma una visione di noi stessi e del mondo in cui viviamo completamente errata, capovolta.
Le radici delle motivazioni che stanno alla base di questi gesti insani sono da ricercare nella scala di valori che ha l’uomo moderno, ovvero una preminenza del fattore economico su ogni altro aspetto della vita. Sembra che un uomo in questa società sia funzionale esclusivamente se crei profitto, se risponda a criteri di produttività, di adattabilità al mondo del lavoro che cambia, e tutta una serie di buffonate coniate dai soliti parrucconi ed economisti da poltrona.
Il lavoro dell’uomo è nobile solo se produce frutti a tutti i livelli, partendo da quello spirituale per arrivare fino a quello materiale, quest’ultimo importante si, ma sempre subordinato ai piani più alti. Si torna a ripetere: non è l’entità astratta “crisi” che uccide, ma l’assenza di valori. I suicidi sono il risultato di un potere che ci vuole deboli e usa ogni mezzo per farlo, dalla tv, agli smartphone, all’alimentazione, alla distruzione sistematica delle famiglie e della vita in comunità solidali. Un uomo protetto dalla sua famiglia e dalla sua comunità, con un sano modo di sostentarsi e libero da attrazioni virtuali malsane che lo isolano dal creato non penserebbe mai al suicidio. Per l’uomo moderno, che ha creato una società basata sul denaro, è una logica conseguenza l’identificarsi con i propri averi, anziché sul proprio essere, e quando questi averi sono carenti, assenti, o peggio ancora si è immersi nei debiti, si diventa inutili. Ciò che si credeva di essere, sparisce insieme ai soldi, alla casa, alle rate del mutuo non pagate e, si affaccia la vergogna di essere povero. Senza la protezione di quelli che si credevano amici, senza una famiglia degna di tal nome che si possa stringere attorno, senza la presenza dello Stato, della nazione, senza un legame spirituale che unisca ai propri simili e a qualcosa di infinito che risiede in se stessi ma che si è profondamente e miseramente tradito. Senza soldi si è niente e a quel punto, si ritrova la strada di Casa o ci si perde nel bosco per sempre.
Se gettiamo uno sguardo nel passato, seppur esistente, la pratica del suicidio o più in generale della morte volontaria, era di tutt’altro tenore e valenza. Era intimamente un desiderio, al presentarsi di alcune circostanze, non di morire, ma al contrario di diventare immortali, diventare più-che-vita, accettare la caducità dell’essere umano e legarla all’infinito, a qualcosa di sovraterreno, per scelta virile, per lasciare ai posteri l’esempio e tracciare la Via. La cultura giapponese era intrisa di questo concetto prima che la decadenza spirituale colpisse anche il Sol Levante, e condurre un’esistenza senza onore, cosa percepita come ben più grave che vivere senza soldi, era riprovevole. Anche figure come Socrate ci danno l’esempio di rinuncia alla vita come passo verso qualcosa di più grande. Mai, nel mondo della Tradizione, le cause di una scelta così drastica e risolutiva furono da attribuirsi a meri problemi economici, o di solitudine o di depressione, malessere sempre esistito tra gli uomini, ma che figure come Omero o Plutarco attribuivano all’essere abbandonati dagli dei, quindi riferendosi sempre a principi divini. In questo senso l’uomo moderno è un depresso cronico.
La vita ha valore solo se analizzata in funzione della morte e della finitezza della condizione umana, e un uomo che si attacchi spasmodicamente alla vita materiale come oggi accade manca proprio il senso ultimo della sua esistenza, perdendola poi per sua mano in modo ancor peggiore. Le figure e gli insegnamenti spirituali in questo senso non mancano, a partire da Gesù Cristo, che rimette la propria vita terrena nelle mani del Padre o a Krishna che insegna ad Arjuna con le seguenti parole:
Gli esseri sono non manifesti all’origine, sono manifesti nello stadio intermedio e di nuovo non manifesti dopo la dissoluzione. Perchè dunque, affliggerti?”
Nel buddismo, in particolare nella corrente zen, i maestri erano famosi per la capacità di saper predire la loro morte e addirittura fare ironia intorno a questo fatto naturale, deridendo la volontà del falso ego di aggrapparsi alla vita materiale anche oltre il tempo che ci è concesso dall’Esistenza Suprema. Lo stesso Gautama Buddha quando un monaco lo pregò di prolungare ancora la sua vita terrena rispose così:
Come le case degli uomini, col lungo andare del tempo, rovinano, ma il suolo dove erano resta; così resta la mente del Buddha, e il suo corpo rovina come una vecchia casa.
In conclusione ci troviamo di fronte ad enormi paradossi. L’uomo moderno così preso dalla materia e dalla vita animale, staccato da ogni principio di natura superiore si trova a rinunciare alla propria esistenza nella solitudine, nella depressione, per cause inerenti proprio a quella materialità che si appresta ad uccidere, mentre l’uomo spirituale che vive secondo principi superiori si appresta alla morte con serenità, anzi la ricerca con la gioia e la consapevolezza di avere legato dei principi immortali alla sua fine corporea, che gli sopravviveranno ben oltre la sua morte fisica e quindi per nulla turbato da questo evento. La vita e la morte come facce di una stessa medaglia, l’una vera grazie all’esistenza dell’altra. Non una rinuncia passiva, svuotata, nichilista, ma anzi un’affermazione, la morte fisica è la fine solo per il nostro ego. Il suicidio economico è il risultato di una morte spirituale.
DiEmme

giovedì 24 ottobre 2013

Guerra interiore e collaborazione militante, la via per tenersi in piedi dinnanzi alla sovversione mondiale

Un interessantissimo articolo che ben definendo la disastrosa situazione attuale, chiarisce come prendere posizione dinanzi ad un decadimento progressivo sempre più preoccupante del mondo che ci circonda. In un momento in cui la sovversione demoniaca sta minando concezioni e modi d'essere millenari in nome di un piatto progressismo globalizzante e schiavizzante, occorre cercare in tutti i modi di tenersi in piedi, cercando in sé stessi e nella comunità la forza necessaria per la ribellione.


Serrare le fila in difesa della Tradizione

Sebbene i mezzi di comunicazione, più o meno volutamente, continuino a farsi strumento di mistificazione e di dissimulazione, contribuendo a creare l’impressione che oggi, al di là della crisi economica (per la cui soluzione tutti i governi e gli organismi internazionali si mostrano alacremente quanto falsamente impegnati) si viva nel “migliore dei mondi possibili”, per parafrasare Leibniz, in una sorta di Paradiso del XXI secolo, in cui si stanno combattendo le ultime battaglie per i “diritti”, per una “società più inclusiva”, piena di pace, amore, tolleranza, uguaglianza e via dicendo, la triste realtà è che, invece, è in atto una delle più subdole, meschine e perverse manovre di pervertimento dell’ordine tradizionale che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto. Il livello di guardia si sta innalzando pericolosamente.
In tutta Europa si stanno diffondendo a macchia d’olio i germi della sovversione più estrema. Mentre gli Stati Uniti ed i loro solerti alleati di sempre studiano il modo di arrivare a rovesciare il governo siriano senza sporcarsi troppo le mani, dopo aver messo a fuoco e fiamme il nord-africa tramite le fantomatiche “primavere arabe” abilmente pianificate a tavolino, e mentre prosegue l’opera di accerchiamento sempre più mirato e sottile da parte della grande finanza speculatrice internazionale nei confronti dell’Europa e del resto del mondo ancora non soggiogato e ibridato, assistiamo impotenti alla crescita esponenziale di altri terribili fenomeni che investono l’ambito antropologico, culturale, esistenziale della civiltà europea e, potremmo dire, umana in genere, alterandone alla radice i millenari equilibri.
La perversa opera di costruzione di un’asettica globalizzazione mondiale, indotta tramite l’omologazione (sotto)culturale ed il livellamento orizzontale, la cancellazione di qualunque tipo di diversità, la diffusione artatamente studiata della promiscuità sessuale ed etnica, la diffusione del materialismo e dell’edonismo, la neutralizzazione del Sacro attuata con gli strumenti dell’inversione e della parodizzazione, è in fase di notevole accelerazione, conformemente a quanto ci insegnano i grandi maestri della Tradizione.
Le forze della Sovversione, in quest’ultima fase, si stanno avvalendo in particolare di una testa d’ariete di prim’ordine: la diffusione ossessiva della cultura omosessuale, del collegato concetto di omofobia e delle rivendicazioni dei gruppi LGBT spalleggiati dalla solita cultura di sinistra, dai governi ormai dominati dai grandi gruppi di potere apolide e guidati da veri e propri anticristi: tutti burattini ciecamente al servizio della Bestia.
Non passa giorno che non ci sia qualche notizia o presunto allarme che riguardi l’omofobia o i “diritti” dei gay (l’imminente legge sull’omofobia in approvazione in Italia non promette niente di buono), il solito razzismo xenofobo che fa sempre la sua figura, nonché le redivive, stucchevoli ossessioni neofemministe. Ossessioni che trovano in questo periodo linfa vitale nel fenomeno del cosiddetto “femminicidio”, retorico ed ideologico neologismo che nasconde l’ennesimo tentativo di strumentalizzare i casi di violenza sulle donne in chiave anti-maschile ed anti-tradizionale, casi che andrebbero invece analizzati proprio alla luce della dottrina tradizionale per comprenderne, al di là di facili eccessi giornalistici e sproporzionati allarmismi, le reali cause di fondo ed individuarne le possibili vie di soluzione.
Funzionalmente a tutto ciò, avanzano inesorabili il processo di progressiva femminilizzazione della società e di inversione del ruolo uomo-donna, il tentativo di annullare le differenze tra maschile e femminile, riconducendone l’origine ai soliti presunti convenzionalismi/sovrastrutture borghesi-patriarcali-maschiliste, prive di rispondenza nella realtà. Si propugna la nascita di una sorta di “terzo sesso” neutro da manifestare sia negli atti di nascita che nell’indicazione dei genitori, i quali, anziché “padre” e “madre”, dovrebbero diventare  “genitore 1” e “genitore 2”.
Ma, ed è una degli aspetti più dolorosi, nell’indifferenza e nel silenzio più generali i burattini nelle mani delle forze sovversive stanno traviando le menti dei bambini, introducendo a scuola fiabe ed ore di lezione incentrate sulla neutralità sessuale e sull’omosessualità, producendo cartoni animati o giocattoli funzionali al medesimo discorso, al fine di annullare forzatamente le differenze tra maschio e femmina fin dalla tenera età. Si insegna ai più piccoli a non distinguere più un genere sessuale ben definito, ad accettare ogni forma di “amore” in quanto esistente in natura. Dio solo sa quanto sia tremendo fare il lavaggio del cervello ai bambini, che per la loro altissima ricettività verranno plasmati irrimediabilmente da questa educazione demoniaca.
In Francia, periodicamente “terra di conquista” e “base operativa” preferita delle forze sovversive, è in atto una delle più estreme forme di attacco antitradizionale della storia tramite la satanica figura di monsieur Francois Hollande e del suo governo (degno erede dell’altro terribile anticristo José Luis Rodriguez Zapatero), che dopo aver promosso le note leggi antiomofobia ed a favore di matrimoni e adozioni omosessuali, perpetra nel silenzio più generale continui e sistematici interventi devianti in nome del più becero laicismo materialistico e dell’intransigenza anti-cristiana in particolare, di cui l’opinione pubblica è totalmente all’oscuro. Ben pochi sono a conoscenza, ad esempio, della persecuzione cui sono sottoposti da tempo i “veilleurs”, che come convitati di pietra si oppongono alle leggi pervertitrici di Hollande mediante lunghissime veglie di protesta, pacifiche quanto di grande impatto simbolico, e che per questo, di nuovo nel silenzio generale dei media, sono costretti a subire continue violenze e vessazioni dalla parte della polizia e dei gruppi LGTB. Più avanti si cercherà di proporre un approfondimento riguardante la drammatica situazione in Francia.
Dinnanzi a tutto ciò, i centri spirituali e religiosi attualmente esistenti sembrano impotenti, in preda, per motivi differenti, a crisi gravissime che ne compromettono le strutture già difficilmente fin qui sopravvissute.
Se l’Islam è minato non solo e non tanto a livello dottrinario, quanto dal disfacimento causato dalla frammentazione in mille rivoli e dalla creazione a tavolino di forme di fondamentalismo (si pensi ai Salafiti) ad uso e consumo dei soliti noti, la Chiesa Cattolica, la forma religiosa regolare dell’Occidente attuale, sta raggiungendo i livelli più bassi della sua storia, in preda com’è da tempo ad un fenomeno di progressivo decadimento delle sue strutture essoteriche, persa in un vuoto dottrinario-teologico e liturgico al momento irrecuperabile. Alla sua guida, un pontefice dai tratti indecifrabili che, accanto a qualche aspetto apparentemente positivo, si lascia sempre più spesso andare a comportamenti irrituali ed esternazioni molto equivoche, degne del peggiore modernismo e laicismo religioso di derivazione post-conciliare e vagamente figlio di quella cd. teologia della liberazione di origine sudamericana e di matrice post-marxista. Tutto ciò proprio quando, dinnanzi al disfacimento in atto, sul soglio petrino si avrebbe bisogno di una personalità forte, in grado di lanciare, senza troppi fronzoli, violenti anatemi in nome della difesa ad oltranza della Tradizione così volgarmente attaccata e ferita. Nel frattempo, il primo pontifex absconditus (la definizione è di Mario Polia) della storia, Benedetto XVI, misteriosamente ritiratosi ed immersosi nella preghiera, continua la propria battaglia nel chiuso del suo ritiro claustrale. Ma anche su questo argomento si cercherà di tornare in un approfondimento a parte.
Dinnanzi ad uno scenario così drammatico – e molti altri sarebbero i punti da toccare – , l’uomo e la donna della Tradizione non possono che, ancora una volta, puntare tutto sulla formazione di sé, sulla grande guerra santa, quella interiore. Non è tempo per piccole guerre sante, per interventi su media-grande scala nel mondo esterno, in ambiti microcosmici, sociali, geopolitici.
E necessario, mai come adesso, attraverso un’opera di continua ed incessante collaborazione reciproca, mantenere attivo e vitale un vero e proprio microcosmo operoso, costituito da una rete di comunità militanti organicamente strutturate, unità operative snelle quanto efficaci, rigorosamente apolitiche (o, per meglio dire, metapolitiche: nel panorama odierno non c’è ormai più spazio per un impegno politico in senso stretto che possa anche solo lontanamente far prefigurare un rovesciamento dello status quo, unrevolvere nel senso tradizionale dell’espressione, come ben comprese l’Evola di Cavalcare la Tigre oltre cinquant’anni fa). Vere e proprie piccole enclaves dello spirito, isole di salvaguardia, queste comunità militanti dovranno rappresentare un esempio vivente e pulsante, un faro nelle tenebre del mondo contemporaneo, nella fedeltà e nel comportamento dei suoi membri, che dovranno incarnare in sé stessi i principi tradizionali, al fine di vivificarli e tramandarli concretamente non solo con le opere (convegni, conferenze, pubblicazioni, ecc.) ma anche e soprattutto con l’esempio quotidiano.
La forza simbolica dell’immagine spesso ricordata da Mario Polia, quella di Enea in fuga da Troia in fiamme, con il padre Anchise sulle spalle, i Penati in mano ed il piccolo Ascanio al seguito, è al riguardo fondamentale: ogni militante dovrà caricarsi sulle spalle il peso della Tradizione, cercare di esserne incarnazione quotidiana nel miglior modo possibile, tenendone il testimone o la fiaccola ideale ben salda in pugno, al fine di trasmetterla intatta alle generazioni future. Un compito difficile, ma necessario; da svolgere, come insegna la Tradizione, impersonalmente, tenendo presente che non potranno né dovranno esserci vantaggi, premi, frutti, tornaconti personali, ma semmai oneri, difficoltà, responsabilità: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi, siate dunque prudenti (phroninoi in greco) come i serpenti e semplici (akéraioi) come le colombe” ammoniscono i Vangeli (Matteo 10, 16). Prudenza, intelligenza, saggezza, da una parte (concetti che si ricavano dal sostantivo greco evangelico phroninos); purezza, integrità, il rimanere intatti, illesi, incolumi e privi di “contaminazione” (concetti derivati dal greco akéraios), semplicità dall’altra: le armi di chi deve combattere sull’estremo limite del nulla, senza mai abbassarsi al livello dell’avversario che si cerca di combattere.
“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà chiesto molto di più”, si legge ancora nei Vangeli (Luca 12, 48): c’è una grande differenza tra dare (didomi greco usato nel testo evangelico) materialmente qualcosa, ed affidare (para-tithemi greco) un compito: tutti coloro cui sia stato affidato il compito di preservare e tramandare i precetti della Tradizione, ed ai quali sono state fornite le relative capacità per farlo, sono chiamati a compiere questo dovere: chi se ne sarà astenuto senza motivo, sarà chiamato a risponderne. D’altronde, come sappiamo bene, militia est vita hominis super terram.
E ricordiamo, ancora, le celebri parole di Evola, che rievocano l’idea di un dovere di cui i chiamati nell’epoca attuale non riusciranno a vedere i frutti materiali, ma che dovrà comunque essere portato a termine: “Difendere un ideale e tenere le posizioni anche se dovessero essere posizioni perdute – o per meglio dire: anche quando dovesse essere problematico che coloro che ancora rimarranno a vegliare durante la notte possano incontrare coloro che appariranno nel nuovo mattino”.
Qualche ultima parola sia consentita, in questo contesto di “battaglia” ad oltranza, per ricordare Nadia Sala, un’indomita guerriera che ha raggiunto da poco tempo, lungo le vie che solcano i Campi Elisi, le sue amiche ausiliarie ed i suoi amati combattenti, in memoria dei quali è rimasta in silenzio per tanti anni, subendo con serena pazienza il peso delle ingiustizie e delle menzogne imposte dai meschini gendarmi della memoria d’ogni colore e d’ogni latitudine. Posso dire di aver avuto l’onore di vedere la signora Nadia in una serata di marzo del 2012, presso Raido, mentre in compagnia del grande combattente Stelvio Dal Piaz rievocava tante vicende, spesso dolorose, della loro esperienza di lotta coraggiosa e senza compromessi. Ricordo in particolare, come scrissi all’epoca, il suo viso ancora da ragazza, fresco, trasparente, sorridente, come se il tempo non fosse passato; la sua ironia, la gioia, l’ardore che la rendeva immune da ogni scalfittura, da ogni tentativo di cancellarne l’onore, la dignità ed il coraggio, rimasti intatti, preservati da ogni macchia.
In un mondo in cui ci viene chiesto di sapere tutto della Belen o della Lady Gaga di turno, di conoscere ogni dettaglio della patetica storia di un’Amanda Knox qualsiasi, diventata per tutti  “Amanda”, quasi fosse l’amica della porta accanto, bisogna rivendicare sdegnosamente e fieramente d’aver potuto conoscere la militanza e l’esempio d’un’intera vita, quella dell’ausiliaria Nadia Sala, e di tanti altri fieri ragazzi e ragazze, uomini e donne che hanno saputo lottare fino alla fine senza cedere di un centimetro.Ubi maior, minor cessat.
Paolo G. (fonte: AzioneTradizionale.com)