venerdì 20 novembre 2015

SANTA MARINELLA | Minghella, l'ACEA, il contratto e le firme

Cogliamo dai media locali che, a differenza di altri, il delegato al Bilancio Minghellla, si dà un gran da fare, per ripianare le spese inutili e sgamare le annose inadempienze del gestore idrico di Santa Marinella.
Già da diverso tempo ha chiesto al gestore il motivo per il quale la manutenzione e l'ammodernamento degli impianti non è stato portato a termine. Poi è stata la volta dei crediti mai chiesti e riscossi dai precedenti assessori (tecnologico e bilancio), adesso la questione è relativa allo sportello informazioni chiuso e non più riaperto. Non mettiamo in discussione il suo operato, la domanda però - è il caso di dirlo - sorge spontanea. Premesse le colpe di chi ha fatto i propri interessi (ACEA), cosa dire dei suoi colleghi predecessori che siedono in maggioranza e che in questi anni - sull'argomento - si sono fatti sonni profondi?
Che dire poi del fatto che se una parte non rispetta i patti di un contratto, anziché fare raccolte di firme, è il caso di impugnare il contratto stesso, per portarlo davanti ad un giudice per ingiungere alla parte inadempiente di tornare alla legalità (e magari pagare anche i danni)?

Insomma, crediamo nella buona fede del delegato, a patto che una volta che le firme e i richiami ai colleghi della maggioranza si sono trasformate in fuffa, si proceda con la dovuta energia, giudiziaria.

Dal Gruppo controinfo@comune, pubblichiamo volentieri la gentile risposta del Delegato al Bilancio, Dott. Minghella:

Emanuele Minghella Salve [...] per la questione della riapertura del punto ho avuto comunicazioni oggi. Aspetto in settimana l'ufficialità. Successivamente faremo delle comunicazioni. Purtroppo debbo "perdere" una settimana ai tempi che mi ero prefissato. Ma ci può stare.

DA CIVONLINE (che ringraziamo gentilmente per la cortesia)



S. MARINELLA – Il delegato al Bilancio Emanuele Minghella, incaricato dal sindaco Roberto Bacheca a trattare con l’Acea per risolvere le problematiche che tutti i cittadini si trovano ad affrontare per le mancanze e i ritardi con cui l’azienda romana che ha in gestione il servizio di pronto intervento sulle condotte idriche e fognanti della città, ha deciso di mettere da parte la diplomazia e di intraprendere con i dirigenti Acea un atteggiamento più deciso, affinchè la società romana rispetti gli impegni presi nell’accordo sottoscritto nel 2004. Uno dei nodi fondamentali che il consigliere deve sciogliere è quello della riapertura del Punto Informazioni che era stato istituito da Acea a Santa Severa Nord e che da mesi ha chiuso i battenti, secondo alcuni definitivamente. «In riferimento alle voci circolate sulla possibile chiusura definitiva del punto d’ascolto di Acea Ato2 situato nella zona industriale di Tolfa – dice Minghella - preciso che, come già comunicato nell’incontro con il presidente Paolo Saccani e confermato un mese fa dalla stessa azienda, la chiusura doveva essere solo momentanea. Se l’Acea non dovesse mantenere la parola data sulla riapertura del punto informazioni e soprattutto sugli interventi idrici e fognari programmati nelle zone Belvedere e Colfiorito prossime alla progettazione definitiva e all’assegnazione dei lavori, mi impegnerò personalmente per dare ufficialità a quanto detto».
«A tal proposito - prosegue Minghella - ho chiesto l’intervento diretto dei sindaci Bacheca, Landi e Battilocchio che, come noi, hanno gli stessi problemi. I tre sindaci hanno inviato alcuni giorni fa una missiva dove chiedevano risposte chiare e concrete sullo sportello informativo. Ovviamente, la nostra volontà è quella di riaprire il più presto possibile, altrimenti inizierò a martellare la dirigenza fino a quando non avranno ottemperato alle loro promesse. L’azienda non ha assolutamente risposto alle sollecitazioni dei sindaci, per cui proprio oggi manderò una nuova nota al presidente Saccani per ricordargli del suo impegno. Se per mercoledì il dirigente non mi darà una risposta, annuncio sin da ora che mi impegnerò personalmente ad una raccolta di firme per chiedere la risoluzione del contratto con Acea».
Gi.Ba
(13 Nov 2015 - Ore 20:48)

mercoledì 18 novembre 2015

Nell'Europa dell'accoglienza sarà crisi sociale


Fonte:/www.ildiscrimine.com)
Ho già avuto modo di evidenziare le differenze fra migranti, rifugiati e profughi. I primi, emigrati volontariamente per motivi prevalentemente economici; i secondi, riparati all’estero per sfuggire ad una ingiusta e grave persecuzione; gli ultimi, infine, costretti ad espatriare da momentanee ancorché gravi emergenze: guerre, carestie, catastrofi naturali.
A parte i pochi rifugiati veri (cioè i perseguitati che se tornassero in patria andrebbero incontro ad una punizione immeritata e spesso crudele), i due flussi che in questo momento si riversano in Europa hanno caratteristiche diverse: il flusso africano (che investe Italia, Spagna e Francia) è in larghissima parte formato da semplici migranti economici, anche se la maggior parte di costoro afferma di essere fuggito da improbabili persecuzioni o da guerre di cui si sconosce l’esistenza; il flusso asiatico (che investe la Grecia e punta sulla Germania) è in buona parte formato da profughi veri – specie siriani e iracheni – con l’aggiunta di una non trascurabile aliquota di migranti economici provenienti da vari paesi asiatici e mediorientali, spesso dotati di falsi passaporti siriani, che – si dice – verrebbero fabbricati dai servizi segreti turchi.
Ed è appunto su quest’ultimo filone – quello dei profughi in marcia attraverso i Balcani – che intendo soffermarmi. Naturalmente, tralascio per ora alcune riflessioni sulle cause remote di questo fenomeno (ma sarà utile tornarci in uno dei prossimi numeri) e vengo alla stretta attualità. Si tratta – dunque – di un’ondata migratoria che ha la propria piattaforma di partenza in un Paese ostile all’Europa (in questo caso la Turchia di Erdoğan, come nel nostro caso la Libia delle milizie islamiche) e che si riversa nel nostro Continente attraverso la cosiddetta “rotta balcanica”. Attenzione, però, questi profughi (parlo naturalmente dei profughi veri, non degli afghani con passaporto turco-siriano) hanno già trovato un asilo temporaneo nei Paesi immediatamente a ridosso dei confini della loro patria: non fuggono più dai bombardamenti o dalle esecuzioni di massa dell’ISIS, e non sono perciò in quel “grave ed imminente pericolo” che impone agli Stati civili di dar loro accoglienza. Semplicemente, hanno fin qui condotto una vita grama nei campi di raccolta dei Paesi confinanti ed hanno perciò deciso di emigrare verso le nazioni europee, dove sperano di trovare condizioni di vita migliori che non in Turchia, in Libano o in Giordania. Da profughi, si sono oggettivamente trasformati in migranti economici; non chiedono, quindi, riparo dalla guerra o dalle follie jihadiste, ma soltanto di poter trovare migliori e più confortevoli condizioni di vita. Cosa perfettamente legittima, umanamente comprensibile, più che comprensibile. Solo che – attenzione – mentre le nazioni civili hanno l’obbligo (morale, se non anche giuridico) di accogliere chi fugge da una guerra, tale obbligo non sussiste nei confronti di chi è “in cerca di una vita migliore”. Il perché è evidente: se si abolissero le frontiere (i “muri” che tanto inquietano gli utopisti di casa nostra) e si desse a chiunque il diritto di fissare la propria residenza ove più gli aggrada, nel giro di pochi anni verrebbe completamente distrutto il sistema politico, giuridico, sociale, economico, antropologico-culturale che ha finora retto la vita dei popoli e gli equilibri internazionali, precipitando il mondo intero in una fase di totale e brutale anarchia.
Senza voler avventurarci in previsioni di lungo periodo, questa invasione di profughi mediorientali – come anche l’altra di migranti africani – ha una connotazione particolare e particolarmente inquietante: non chiede un asilo temporaneo (come nei campi-profughi) ma una residenza permanente; e chiede posti di lavoro, alloggi popolari, assistenza sanitaria, e quant’altro molti Stati europei non sono in grado – colpevolmente – di assicurare neanche a tutti i propri cittadini.
Queste cose le sanno tutti, le capiscono tutti, anche il Papa, anche la Merkel, anche la grande stampa “buonista”. Eppure, tutti fanno finta di niente, sembrano non accorgersi che questa invasione, queste invasioni a orologeria minacciano, oltre che la nostra identità etnico-etico-culturale, anche i nostri equilibri sociali. C’è qualcuno, poi, come quel giovanotto che ci ritroviamo alla Presidenza del Consiglio, che aggiunge problemi a problemi, facendo approvare dal Parlamento una legge che attribuisce automaticamente la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia da cittadini stranieri. Tanto, il giovanotto sa benissimo che i frutti avvelenati dello “ius soli” non riguarderanno la sua gestione; saranno cavoli amari dei suoi successori fra qualche anno, quando i figli degli immigrati, diventati cittadini italiani, contenderanno ai nostri figli anche gli ultimi brandelli di benessere che i parametri di Maastricht e l’incombente Trattato di libero scambio con gli USA ci avranno lasciato.
Michele Rallo
Fonte: “Social”, 6 nov. 2015 (per gentile concessione dell’Autore)

martedì 17 novembre 2015

Gli Uomini Gamma - Mostra fotografica - 14/11/2015 | Raggruppamento R.S.I. - Continuità Ideale




Si è tenuta sabato scorso alle ore 16.00, nella sede dell'Associazione Nazionale Volontari di Guerra - Roma inaugurata di recente, l’apertura della mostra fotografica dedicata al Gruppo Gamma, l'eroico gruppo speciale di sommozzatori d’assalto facente parte della X flottiglia MAS.

I pannelli fotografici (curati dall'istituto Pansarasa di Trieste) esposti nella sala , correlati a quelli descrittivi, raccontano la storia di quegli eroici nuotatori subacquei che si sono resi protagonisti, durante la seconda guerra mondiale, di numerose incursioni di sabotaggio contro le flotte Alleate: muniti di attrezzatura e tute al tempo innovative e d’avanguardia, essi riuscivano, con audaci e silenziosissimi blitz sottomarini, a piazzare fatali cariche esplosive sotto le navi nemiche.
Tra i presenti, oltre agli organizzatori del Raggruppamento Rsi Delegazione Lazio, il presidente del Campo della Memoria Alberto Indri, il professore Mario M. Merlino e il Combattente Carlo Panzarasa, presidente dell'Associazione X-MAS RSI, il quale ha impreziosito l’incontro condividendo le proprie esperienze personali con i presenti, descrivendo episodi riguardanti appunto gli straordinari Uomini Gamma, ed in particolare il loro comandante Eugenio Wolk.

Ricordiamo infine che la mostra resterà allestita fino al periodo natalizio, e sarà visitabile nei giorni di apertura della sede.

https://www.facebook.com/ANVGroma/?fref=ts

Léon Degrelle - la fine dell'Europa


Fantasia, immaginazione?
Sì, purtroppo... Esclusa però tale possibilità e a meno che non intervenga uno sforzo quasi miracoloso, l?Europa è finita.
La sua decomposizione potrà soltanto accelerarsi. Essa risulta corrotta spiritualmente e moralmente, divorata da un materialismo sempre più esigente. Contaminata nel suo sangue da un'invasione straniera sempre più prolifica, l'Europa perde poi la propria sostanza a forza di milioni di aborti ogni anno e grazie a due miliardi di pillole assassine. 
Di fronte a questa Europa tisica, gli altri mondi sono progressivamente destinati ad assumere proporzioni colossali. 
[...] Questi saranno divenuti quasi tutto, nell'universo: noi, quasi niente.

Léon Degrelle, Militia

lunedì 16 novembre 2015

Dopo Parigi è "guerra all'Islam?"


(Fonte: www.ildiscrimine.com)

Giovanna Canzano ha intervistato per il quotidiano “Rinascita” ed altre testate Enrico Galoppini, studioso del mondo arabo-islamico e redattore di “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”.

Parigi il giorno dopo. Il secondo attentato. Ma questa volta è guerra?

Per poter parlare di “guerra” bisogna sapere per prima cosa chi ce la sta dichiarando e a chi la si vuol fare. E qui cominciano i dolori. Perché a sentire le esternazioni dei politici (si noti che il primo in assoluto, prima ancora di Hollande, è stato Obama!) sembrerebbe una guerra dichiarataci dall’Isis, cioè dal “terrorismo islamico”. Ovvero da un generico “terrorismo” e… in definitiva, dall’Islam tout court!

Ora è chiaro che tutto questo rimestare in un minestrone di parole dal quale deve saltare fuori “l’Islam” come “nemico pubblico numero uno” è un inganno spaventoso, oltre che una cosa assurda. Vogliamo fare la “guerra all’Islam”? Ah sì, e allora facciamo la guerra ad oltre due miliardi di persone? Vogliamo dichiararla agli Stati che, ufficialmente, sono più “islamici” di altri? Ma quelli sono gli alleati di ferro dell’Occidente! Intendiamo allearci allora con quegli stati arabi (ed islamici) che combattono da anni il cosiddetto “terrorismo islamico”? Manco per idea, perché gli occidentali han fatto di tutto per sovvertire il governo siriano e gioivano quando in Egitto erano andati al potere i Fratelli Musulmani. Gli stessi inqualificabili e scellerati che hanno distrutto la Libia ed ora si atteggiano a vittime del “terrorismo islamico” e si mostrano disperati di fronte al numero incalcolabile di “profughi” in marcia dalle stesse regioni devastate!

Dunque, per parlar chiaro, non sarà “guerra” con nessuno, o, se lo sarà, si tratterà di una cosa che logicamente non avrà alcun nesso con la pretesa causa scatenante. Un po’ come per l’11 settembre 2001, quando per rispondere ad una “guerra” portata all’America da terroristi per lo più sauditi della famigerata al-Qa’ida (che nessuno ricorda più) è stato invaso l’Afghanistan!

Più verosimilmente ancora, mentre a parole si scateneranno nuove “crociate”, nei fatti avverrà che chi deve “capire” capirà. E si adeguerà al messaggio in stile mafioso portato da questa nuova strage di gente inerme. I cui familiari, sia chiaro, non riceveranno mai alcuna compensazione per il duro colpo subito, esattamente com’è successo a tutte le vittime del “terrorismo” negli anni della “strategia della tensione”… A tutte queste persone non potrà mai essere gabellata per “giustizia” una serie di bombardamenti massicci su chissà quale area del Medio Oriente, ma i nostri cosiddetti governanti, purtroppo, più di questo non sanno o non riescono a fare.

L’ISIS avanza in Europa?

L’Isis non avanza in alcun modo perché semplicemente non esiste così come ce lo raccontano. Questo spauracchio serve ad un sacco di cose, tra le quali – non ultima – un’esigenza estrema di tenere lontani gli occidentali dalla spiritualità tradizionale islamica. La quale, come si stanno sforzando di provare anche alcuni rari onesti commentatori che hanno accesso alla stampa più o meno ufficiale, è assolutamente inserita in quel filone sapienziale che origina dalla notte dei tempi e sul quale s’innestano tutte le tradizioni ortodosse. Tra queste ed ogni fenomeno modernista esiste un’inconciliabilità di fondo, perché ogni “riformismo” altro non è che concessione all’errore, anche se a questi sedicenti “fondamentalisti” piace tantissimo affibbiare ai musulmani tradizionali l’accusa di bid‘a (“innovazione”, cioè “eresia”), se non addirittura quella di kufr (“negazionismo”, ovvero il misconoscimento dei fondamentali dell’ortodossia).

L’Islam, nella sua accezione più ampia, ovvero quella di fenomeno anche politico e sociale, ha inoltre molto da insegnare agli occidentali per quanto riguarda problemi che li attanagliano e che non trovano soluzione. Penso a quelli della rappresentanza politica o della corruzione, per non parlare della politica monetaria e fiscale, dato che le indicazioni dottrinali al riguardo sono assai chiare sull’assenza di una moneta emessa “a debito” (o moneta-merce) e la tassazione dei soli patrimoni fermi anziché dei redditi. Gli occidentali, invece, vengono ammaestrati ad impietosirsi per il Charlie Hebdo, solo perché vengono raggirati di continuo e non sanno più distinguere quale abisso di degrado rappresenti certa “libertà di satira”, che peraltro prende di mira i simboli più sacri della tradizione religiosa cristiana. La quale, secondo una certa retorica “neo–crociata”, costituirebbe un caposaldo della “civiltà occidentale”!

In altre parole, gli europei devono smetterla di concepirsi “occidentali” se vogliono ritrovare se stessi e, diciamocelo chiaramente, vivere una vita meno disanimata e più a misura d’uomo. In questo, l’Islam può essere per l’Europa un esempio ed una valida fonte d’ispirazione. L’alternativa è quella di sprofondare nel nichilismo che travolge alla fine anche la stessa religione prevalente, mentre se gli europei riscoprissero una loro religiosità autentica non potrebbero essere stretti nella tenaglia dell’occidentalismo (americanismo) e del fondamentalismo islamico. I quali si affrontano sul ring ma si somigliano parecchio, mentre nel mezzo ci finiamo noi.

Quelli dell’ISIS sono strumenti di un ‘meccanismo’ ormai senza controllo?

No no, credo invece che, fatti salvi i sempre possibili “cani sciolti”, questi individui rispondano a precise catene di comando, altro che “fuori controllo”!

Affermare che gli attentatori sono elementi “fuori controllo” significa ammettere che essi colpiscono mossi unicamente dall’“odio per l’Occidente”, il che è esattamente ciò che vuol farci credere la propaganda occidentale stessa. Questi atti terroristici, che seminano morte tra persone intente nelle loro abituali attività, puntano al contrario ad obiettivi studiati molto freddamente. Sono, sotto un certo aspetto, atti di una guerra che, altrove, ha visto e vede ancora famiglie intere straziate da armi sofisticate che fanno meno orrore di una cintura esplosiva solo perché con la tecnologia i moderni hanno un rapporto che li ha resi insensibili ai suoi esiti più distruttivi. A Gaza o a Baghdad, a Kabul o a Beirut, le persone hanno fatto il callo alle bombe che dovevano portare la “democrazia” ed invece hanno solo ampliato i cimiteri ed aumentato il desiderio di vendetta di chi, poi, viene considerato “pazzo” se poi, un giorno, sceglie di fare il “terrorista”.

Il discorso non si esaurisce qui, ma anche questi sono aspetti che andrebbero considerati. Perché non è serio pubblicare prime pagine con titoli come “Israele ha fatto bene” mentre su Gaza piovono razzi da ogni parte e poi fare gli offesi con altri titoli “scandalosi” come l’ormai celebre “Bastardi islamici”. Poi si meravigliano se un giorno qualcuno, esasperato, fa una strage in redazione, ma sinceramente chi s’imbarca in una guerra, anche solo dell’informazione, quando l’informazione è un’arma che fa le sue vittime, deve prendersi le sue responsabilità. Insomma, un conto è “Charlie Hebdo”, che in un certo senso – se è vero che s’è trattato di un “commando jihadista” eccetera – se l’è cercata, mentre ovviamente dei turisti o degli spettatori d’un concerto non hanno alcuna responsabilità, ed anzi tra essi si potrebbe trovare anche chi è molto critico nei confronti delle stesse dirigenze occidentali che questi “terroristi” vorrebbero punire (mentre ammazzano solo gente innocente).

Tutto questo, ovviamente, non tiene conto della possibilità che in alcuni casi si tratti di totale manipolazione e malafede, perché sotto un “jihadista” che colpisce in una città europea si può celare qualsiasi cosa, tra cui elementi eterodiretti che non sanno alla fine a quale mulino portano acqua e addirittura soggetti che di arabo ed islamico hanno ben poco, tanto nessun tele-suddito saprà mai nulla davvero sulla reale identità degli attentatori (l’11 settembre 2001, sotto quest’aspetto, è emblematico).


ISIS solo ‘braccio’ armato dell’Islam, oppure niente di questo?

distruzione_tomba_sufiAl riguardo dell’Isis come ultima incarnazione di una tendenza modernista ed antitradizionale mi sono già espresso in vari scritti, ai quali rimando il lettore di quest’intervista [Il “Grande Medio Oriente” e il momento islamico dello “scontro di civiltà” (il caso italiano); Da Bin Laden al “Califfo”. La guerra finale contro l’Islam (per colpire l’Eurasia); Chi manovra i “modernisti islamici”?]. Non è possibile comprendere questo fenomeno se non lo s’inquadra storicamente (specialmente dalla metà del XVIII secolo) e se non si fa lo sforzo di coglierne l’intima natura “sovversiva” di tutto ciò che è stato l’Islam tradizionale per oltre quattordici secoli. È una china che, con esiti in parte simili, ha vissuto anche il Cristianesimo, con la nascita della cosiddetta “Riforma”, in tutte le sue varie declinazioni. Ovunque essa s’è imposta, fin dall’inizio, ed ovunque si sono affacciati i prodromi di essa, i risultati sono stati “guerre di religione” e una concezione del sacro impoverita e ridotta ad un freddo moralismo, che nell’Islam, così come nel fondamentalismo ebraico, si associa ad un “legalismo” altrettanto freddo e sterile.

L’ISIS in Italia? Sono già presenti nel nostro territorio e pronti a tutto?

Questo non lo devo sapere io, ma gli apparati preposti alla sicurezza di tutti e che tra l’altro paghiamo per questo servizio. Con questo intendo anche dire che ogni volta che si verificano gravi attentati come quelli di Parigi sono innanzitutto i servizi di sicurezza e di spionaggio a fare una figura barbina. Capisco che è praticamente impossibile controllare tutto e tutti, ma proprio per questo sarebbe importante smetterla di fare le pulci a cosa scrive un pincopallino qualsiasi su Facebook e concentrarsi su chi, perché e per come entra in un paese. Mentre mi pare che al riguardo la situazione sia parecchio preoccupante, se è vero – com’è stato documentato – che entrano “siriani” con passaporti taroccati che anche dei giornalisti d’inchiesta si sono procurati con una cifra relativamente contenuta.

Quanto ai giovani di famiglie musulmane nati e cresciuti qua, il problema è irrisolvibile, perché ci sarà sempre chi tenderà ad autoghettizzarsi pensando di aver subito, a torto o a ragione, una grave ingiustizia, che risale al momento in cui i suoi genitori o i suoi nonni sono emigrati e che poi è proseguita con una storia di emarginazione e sradicamento. L’emigrazione, volenti o nolenti, si porta dietro anche percentuali di persone che, in un misto di rivalsa e frustrazione, assieme al desiderio di sentirsi finalmente “qualcuno”, abbracciano qualche ideologia – e ribadisco “ideologia” – nella quale la religione è un puro pretesto per sfogarsi.

Certi giornalisti si sbalordiscono nel constatare che un ex “rapper” possa dedicarsi al taglio di teste in nome di un delirante “islam” (la minuscola, qui, è voluta), ma ciò non è affatto strano perché è proprio l’aver reciso i ponti con la tradizione autentica che conduce a certi gravi fraintendimenti, sui quali andranno poi a lucrare gli apparati d’intelligence di mezzo mondo che non vedono l’ora di attivare un “attentato islamico”.

Quest’attentato è una svolta?

Non saprei proprio, ma di sicuro qualche decisione la Francia dovrà prenderla, perché non fare nulla significa dare il segnale sbagliato che le si può combinare di tutto. Vede, la Francia è un paese che non è del tutto “occidentale”, nel senso che non è affatto conquistata all’americanismo e al suo modello. Parigi è una “città globale”, e come tutte queste città rappresenta la vetrina nella quale inscenare la finzione di una “classe media globale” che vuole solo divertimenti e bella vita.

manif-pour-tous-itineraire-parcours-horaire-2-fevrier-2013La Francia vera la si vedrà presto al voto, quando, se non interverranno manipolazioni e forzature, il Front National, che non è un partito “regionale” come la Lega Nord, sbaraglierà l’attuale pariglia d’inetti. La Francia vera non può digerire a cuor leggero un’abnormità come il TTIP, il trattato di “libero scambio” tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. La Francia vera si ribella contro i matrimoni omosessuali e la cancellazione, dall’alto, dell’identità sessuale.

O la Francia ritrova se stessa, rigetta l’occidentalismo, smette di omaggiare il “Charlie Hebdo” e si rimette ai suoi eroi come Giovanna D’arco, oppure merita di vagolare nell’angoscia indotta da questo “terrorismo” ufficialmente “islamico” ma in realtà senza volto perché così lo vuole chi l’ha coltivato e foraggiato.

Adesso pare di capire che la Francia s’impegnerà di più in Siria. Ma che vuol dire? È dall’inizio che la Francia è intenta a sovvertire la Siria, quindi? Vogliamo credere che questa famosa “terza guerra mondiale” nominata anche dal Papa vedrà da una parte l’Isis e dall’altra tutto il “mondo civile”? Suvvia, sarebbe come credere che una partita di calcio dal risultato incerto si giocasse tra una squadra di amatori e una selezione dei migliori campioni mondiali!

Allora si abbia il coraggio (e soprattutto la creanza) di parlar chiaro e si dica a chi si vuol fare la guerra. La si vuol fare ai paesi islamici che sostengono il cosiddetto “Stato islamico”? E come la vogliamo mettere quando questi stessi sponsor sono partner più che appetiti per fare affari? Per quanto tempo racconteranno la favola della “cellula” composta da “reduci della Siria”? E che atteggiamento vogliamo tenere con il famoso “grande alleato” a sua volta alleato dei finanziatori “islamici” dell’Isis?

Gli italiani convertiti all’Islam si sentono in qualche modo vicini all’ISIS?

giazairi_via_musulmano“Convertiti italiani all’Islam” vuol dire ben poco. Ci sono italiani che si sono avvicinati alla religione islamica vedendovi un ideale di giustizia sociale, e questi sono quelli più “politicizzati”. Non dico che necessariamente debbano sviluppare una visione che conduce ad una simpatia per l’Isis, ed anzi bisogna riconoscere in costoro un forte impegno a migliorare le società nelle quali vivono. Fatto sta che in qualche caso ci sono quelli che tendono a fanatizzarsi ad un punto tale che tutto ciò che non è “islamico” (e cioè non collima con la loro particolare ideologia religiosa) è da sopprimere con la violenza. Tra questi possono allignare gli elementi oggettivamente pericolosi (in combutta con altri, immigrati), ma credo che gli apparati di sicurezza li tengano già tutti d’occhio. Così come dovrebbero tenere d’occhio altri ambienti frequentati da teste calde, o, peggio ancora, che si dimostrano “amici” ed “alleati” e poi tramano per crearti continuamente problemi. Ripeto: o l’intelligence lavora nell’interesse del suo paese o è una burla che sta alle calcagna di qualche “imam fai da te” ma non vede che altrove si tessono trame assai pericolose per l’incolumità di tutti i cittadini.

Poi vi sono anche “convertiti italiani all’Islam” che hanno un atteggiamento alieno da ogni politicizzazione e pertanto vivono questa loro esperienza come un’occasione di rigenerazione spirituale. Senza voler dare patenti di “musulmano buono” o “cattivo”, credo di poter dire che quest’atteggiamento sia quello in grado di dare i migliori frutti, perché senza fare troppo clamore agisce come una provvidenziale influenza rettificatrice di un ambiente – quello occidentale – che ha un nemico più insidioso di ogni altro: il nichilismo, che tutti questi “nostri valori” per i quali dovremmo andare a combattere un fantomatico “califfo” non riescono in alcun modo a mascherare.

domenica 15 novembre 2015

René Guénon, Elementi di Dottrina Tradizionale

René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi



RISVOLTO

«Fra i critici del mondo moderno, ormai innumerevoli, René Guénon merita di essere segnalato come uno dei più radicali, dei più limpidi e coerenti ... Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempiè certamente la sua opera più completa e più rigorosa, e quindi anche la più utile ... Guénon – e in particolare questo suo libro, a preferenza di altri – merita di essere letto per togliersi dalla comoda illusione che il mondo sia necessariamente come noi siamo abituati a pensare che debba essere». Sergio Quinzio


Per eventuali consegne nel comprensorio di Santa Marinella: puntozeroblog@gmail.com

sabato 14 novembre 2015

Le Corporazioni come opzione di lotta [recensione]



Il libro proposto di Rutilio Sermonti potrebbe sembrare per alcuni uno scritto obsoleto e uno slogan dall'aria nostalgica di un passato ormai remono. In realtà si presenta come una valida alternativa all'attuale sistema da mettere all'opera hinc et nunc, qui e adesso, una nuova strategia corporativa aggiornata ai tempi che viviamo.

L'Autore, partendo dalla descrizione delle prime storiche corporazioni degli artigiani mette in evidenza come il concetto stesso di "lavoro" abbia subito un radicale cambiamento di significato nel corso del tempo arrivando a coincidere con quella che era considerata una volta la mansione degli schiavi. Infatti, la parola "lavoro" che  deriva dal latino "labor" significa esattamente sofferenza, fatica opprimente. Mentre il lavoro creativo degli artigiani delle corporazioni si chiamava "opera" e, in particolare, era il risultato di un rapporto quasi padre-figlio tra il maestro e l'allievo che ne apprendeva la tecnica ma anche tutto un complesso di valori morali e religiosi che lo accompagnavano durante l'apprendistato. Custode e garante di quei valori, condivisi da tutti i cultori dell'arte artigianale a cui si riferivano, era per l'appunto la corporazione, corpus sociale di coloro che si dedicano ad un determinato mestiere, senza contrapposizioni categoriali e graduata solo gerarchicamente per un'esigenza di corretta e onesta concorrenza tra artigiani dello stesso ramo.

Alla luce di quanto detto si comprende subito come oggi per "lavoro" non si intende più un'attività creativa da tramandare e nella cui opera ultimata l'uomo continua a vivere, ma sta a significare, come spirito e come modalità, produzione in serie, anonimato, stress e fatica, proprio quello che pressapoco caratterizzava in antichità il lavoro dello schiavo. Ma ancora più sconcertante è forse la concezione a livello di società che si ha del lavoro, come semplice pretesa di una busta paga, astraendo completamente dalla sua utilità per la comunità. Crescita economica per l'amore della crescita dunque che mette a sua volta in moto la dinamica del flusso di denaro inventato per coprire migliaia di "posti di lavoro improduttivi", ma che si devono comunque pagare.

Di fronte alle rovine descritte, l'autore mette nero su bianco dei consigli operativi per trasformare le corporazioni, ancora vergini dalla contaminazione capitalista, in una vera e propria opzione di lotta, affinché la nobiltà, il lavoro la ritrovi nella sua utilità sociale e non nella retribuzione.

Partendo da un gruppo determinato di persone caratterizzato da una ferrea volontà e da spirito di sacrificio, esso dovrà progettare e mettere in esecuzione un corso teorico-pratico, che preveda esercitazioni e verifiche. Tale corso deve essere uno per tutta l'Italia con unità d'imposizione essenziale affinché costituisca il patrimonio ideale di ogni militante. Inoltre, si dovrà mettere l'accento sul riacquisto da parte degli allievi della consuetudine al lavoro comune. Tale metodo l'autore lo suggerisce sulla base di un'esperienza diretta e concreta.

A tutto ciò si aggiunge uno spiccato senso della gerarchia, in cui ad ogni livello ci si ponga i problemi specifici di quel livello senza  fare i soviet dei soldati della Russia del 1917. Bisogna inoltre riesumare il glorioso spirito delle corporazioni a partire dalle coscienze dei migliori. Ma gli addetti devono cominciare coll'attivarlo dentro di loro innanzitutto poiché, come Rutilio ci insegna, "non si può infondere in altri quello che non si possiede prima in sé".

Il libro in questione, descrive in maniera vasta e dettagliata il quadro in cui ci si deve muovere per approdare all'opzione corporativa. Esso tuttavia non ha la pretesa di essere esauriente poiché, ed è lo stesso Autore a scriverlo, "è nella verifica di tutti i giorni che si fanno le migliori scoperte, si modificano e si adeguano i programmi". Il libro pertanto si presenta come uno strumento di lotta e non come un'icona da conservare su facebook, esso è stato scritto per spingere ad agire, a conquistare. Vi è quindi un mondo da ricostruire e il dibattito sul come l'opzione corporativa possa divenire vincente è dunque aperto.

Se desideri riceverlo a Santa Marinella, puoi fare riferimento all'indirizzo di posta elettronica:

puntozeroblog@gmail.com

venerdì 13 novembre 2015

Capitalista e proletario, prodotti di un sistema malato

Il senso di valorizzazione del proprio lavoro, qualsiasi esso sia, dovrebbe essere sempre presente in una persona, in quanto qualsiasi lavoro ha una funzione all’interno di un meccanismo che può essere  complesso come un’industria.  Nell’attuale stato di cose, però diventa sempre più duro vedere persone serie e impegnate nel loro compito, perché coscienti di far parte di un’impresa e che facendo male la propria parte, va tutto a discapito del prodotto o servizio fornito al cliente. La distanza e il freddo distacco tra il capo e l’operaio si tramuta in avversione e rivendicazione di diritti, antagonismi che non possono che portare discordie, rallentamenti che sono da ostacolo per una normale attività. La consapevolezza da parte del sottoposto   di essere un dipendente e il riconoscimento del proprio capo quale superiore, deve precludere un rapporto in cui il proprietario veda i propri dipendenti per quali sono, uomini che forniscono energia in un processo organico in cui, come in un grande organismo, tutti a loro modo collaborano nello svolgimento di un determinato compito.


La rottura di questo legame tra il capo-capitalista e il produttore-rivendicatore di diritti crea sfaldamenti interni che non permettono un’azione ordinata e corretta, in cui ciascuno vede solamente il lato egoistico, in quanto il capitalista considera il dipendente come mezzo per ottenere il maggior numero di ore lavoro con la minor retribuzione possibile e contemporaneamente l’operaio cerca la maggior retribuzione per il minor numero di ore, in un vortice infinito di proteste e contrasti.
Le precedenti esperienze corporative in Italia e in Germania, (ma anche in Austria, Spagna, Portogallo) insegnano che ciò è possibile, in cui lo spirito di comunità produttiva e solidarietà uniti alla qualificazione e competenza dovuta ad un preciso sistema gerarchico garantiva l’eccellenza, sempre seguendo una rigida impersonalità attiva e senso della dignità.
In tale senso bisogna sempre tener presente come l’ordine economico all’ interno dello Stato sia un’ordine di mezzi, e non il fine, e che quindi esso sia subordinato all’ordine etico-politico che trascende la materialità e il profitto (aberrante quindi l’affermazione “Stato del lavoro”): tale visione prevede l’eliminazione del tipo del mercante col subentrare di una presa di posizione virile di fronte alle proprie competenze ed il proprio dovere.
Sulla questione ecco alcune illuminanti parti tratte da ”Gli uomini e le rovine” di Julius Evola:
 “ Le condizioni elementari per un ripristino dell’accennata condizione di normalità sono dunque da un lato (in basso) la sproletizzazione dell’operaio, dall’altro, in alto l’eliminazione del tipo deteriore del capitalista, semplice beneficiario parassitario di profitti e di dividendi, estraneo al processo produttivo. (…)
 in un nuovo sistema corporativo il capitalista, il proprietario dei mezzi di produzione, dovrebbe invece riprendere la funzione di capo responsabile, di dirigente tecnico organizzatore al centro dei processi aziendali, e mettersi a stretto, personale contatto con gli elemneti più fidati e qualificati dell’impresa come in una specie di stato maggiore, avendo inorno a sé maestranze solidali, libere dal vincolo sindacale, fiere invece di appartenere alla sua azienda.” (…)
 “Nella varità di un lavoro essenzialmente meccanico è ben difficile che possa conservarsi il carattere di “arte” e di “vocazione” e che le estrinsecazioni di esso rechino l’impronta della personalità. Da qui il pericolo, per l’operaio moderno, di essere portato a considerare il lavoro come una semplice necessitàe le sue prestazioni come la vendita di merce ad estranei contro il massimo compenso , venendo meno i rapporti vivi e personali che nelle antiche corporazioni , e ancora in molti complessi del primo periodo capitalistico, erano esistiti tra capo e maestranze. (…)Bisognerebbe che l’autonomia e il disinteresse già  propri all’antico corporativismo risorgessero(…). A tale riguardo sarebbe decisiva una disposizione non dissimile da quella di chi sa tenersi in piedi anche nel logorio di una guerra di posizione. E sotto certi aspetti la prova , fra macchine e complessi industriali sviluppatisi fino a dimensioni mostruose , potrà essere per l’uomo medio, più ardua da superare  che non nel caso delle esperienze di guerra, perche se in queste ultime la distruzione fisica è la possibilità di ogni istante, tuttavia una serie di fattori morali ed emotivi forniscono all’uomo un sostegno che in gran parte è inesistente sul grigio, monotono fronte del lavoro moderno.”

giovedì 12 novembre 2015

Io ho bisogno di abitanti nel mio impero, non di campeggiatori che non provengono da nessun posto | Cittadella – ADSE



Per quelli che sono emigrati nel regno della morte, questo villaggio era come un'arpa, e i muri, gli alberi, le fontane e le case avevano il loro significato. Ogni albero aveva la sua storia, ogni casa le proprie usanze e ogni muro era diverso per via dei suoi segreti. Quando facevi la tua passeggiata era come se componessi un brano musicale, traendo il suono desiderato da ogni tuo passo. Ma il barbaro accampato nel tuo villaggio non sa farlo vibrare. Egli vi si annoia, e, nell'impossibilità di comprendere, abbatte i tuoi muri e distrugge i tuoi oggetti. Per vendetta contro lo strumento di cui non sa servirsi, vi appicca il fuoco, che lo ripaga almeno con un po' di luce. Dopo di che si scoraggia e sbadiglia. Poiché è necessario conoscere quello che si brucia perché la fiamma sia bella. Così la fiamma del cero acceso davanti al tuo dio. Ma la fiamma stessa della tua casa non dirà nulla al barbaro poiché non è la fiamma d'un sacrificio>>

Perciò l'immagine di una generazione installatasi come un'intrusa nel guscio dell'altra mi ossessionava. E mi sembravano essenziali quei riti che nel mio impero obbligavano l'uomo a tramandare o a ricevere la propria eredità. Io ho bisogno di abitanti nel mio impero, non di campeggiatori che non provengono da nessun posto.


Antoine de Saint-Exupéry, Cittadella

mercoledì 11 novembre 2015

Siamo (proprio) tutti Charlie? | Azione Tradizionale - aT.com

Nel mondo della neolongua orwelliana tutti gli uomini nascono “Charlie”. Ma evidentemente qualcuno è più “Charlie” di altri, ed altri meno.



(it.sputniknews.com) – La portavoce del ministero degli Esteri della Russia ha sollevato questo interrogativo su Facebook dopo che la rivista francese Charlie Hebdo ha pubblicato delle vignette sulla sciagura dell’aereo A321 russo nel Sinai.
Maria Zakharova, portavoce ufficiale del ministero degli Esteri, ha commentato le caricature sulla tragedia dell’A321 russo in Egitto, comparse sulle pagine della rivista francese Charlie Hebdo.
“Qualcun altro è Charlie?” — ha scritto Zakharova su Facebook.
In precedenza la rivista ha pubblicato due caricature sul tema della sciagura dell’aereo russo. Una delle immagini mostra un combattente dello “Stato islamico” che si ripara la testa mentre su di lui cadono dei pezzi dell’aereo, nell’altra è raffigurato un teschio con occhiali da sole sullo sfondo dei rottami dell’aereo.
Non è la prima volta che la rivista francese “ironizza” sulle vittime delle tragedie. L’estate scorsa, per esempio, dopo che venivano scoperti i primi frammenti dell’aereo malese scomparso nell’oceano Indiano, Charlie Hebdo ha pubblicato una vignetta che mostrava dei “frammenti” di una hostess e di un pilota del Boeing scomparso.



In settembre Maria Zakharova aveva commentato la vignetta di Charlie Hebdo sulla morte del piccolo siriano:
“Sapete perché non sono Charlie? Perché credo che stiano ingannando sia noi, sia se stessi… dicendo che non esistono temi vietati. Se così fosse, si potrebbe capire (non accettare, ma capire) anche la caricatura sulla morte del piccolo siriano, ma soltanto ad una condizione: se il giorno dopo l’attacco terroristico alla sua redazione Charlie pubblicasse un numero con vignette dei colleghi uccisi. In tal caso quello che fanno i giornalisti dell’edizione sarebbe sì una provocazione pericolosa, ma si potrebbe almeno parlare di una concezione del mondo particolare”.


Da www.azionetradizionale.com