venerdì 27 novembre 2015

A proposito di Jihad...



(Fonte: www.ildiscrimine.com)

Pare incredibile, eppure, mentre giornali e tv, coi loro “autorevolissimi” commentatori ed “esperti”, sproloquiano di “jihad” (ar. jihâd) senza neppure sapere di cosa stanno parlando, dopo quasi quindici anni dall’11 settembre 2001 questa fatidica e ‘terrificante’ parola ed i suoi derivati non vengono ancora scritti correttamente. Ora, non si pretende una pronuncia sopraffina per chi non è addentro alla lingua araba, ma sarebbe già qualcosa saper mettere in fila queste cinque lettere j-i-h-a-d (con la possibilità di una “g” al posto della “j”) che in traslitterazione danno l’equivalente di un termine arabo tra i più bistrattati ed equivocati.

Ma procediamo in ordine, prima di addentrarci nei significati di “jihâd”, e partiamo dalla pronuncia e dalla relativa trascrizione in caratteri latini. Una semplice operazione di cui è capace un ragazzino di prima elementare, che pare sovrumana per dei giornalisti professionisti con tanto di stipendio.

Si legge e si sente così, qualche volta, “jiadh” al posto di “jihad”, e più spesso “jiadhisti” invece di “jihadisti”, con lo strafalcione “jidahisti” che nei telegiornali è praticamente un “must”.

Dunque, mosso a compassione verso questa povera parte di umanità che si dimena tra ricerca del sensazionalismo e semplificazioni dettate ai “tempi” del mestiere e del pubblico che deve per forza “farsi un’opinione”, vediamo se una volta per tutte riusciremo a far scrivere e pronunciare decentemente ai “professionisti dell’informazione” queste due parole: “jihad” e “jihadisti”.

Ecco qua il compitino, corredato, a richiesta, da supporti audio forniti dal sottoscritto:

Giusto: jihad, jihadisti. Sbagliato: jiadh, jiadhisti (e jidahisti).

Fatelo se non altro per rispetto di una cosa che, anche se non l’avete capita e vi suscita istantaneamente ribrezzo, vi dà comunque il pane da mangiare! Finito l’esercizio di grafia e dizione, con le opportune semplificazioni per i non specialisti passiamo a spiegare qualcosa dei significati legati a queste due parole (quelle corrette!), e mi si perdoni se sembrerà che salgo in cattedra, peraltro autocitandomi perché non ho molto tempo per scrivere ex novo quello che avevo già scritto in maniera piuttosto dettagliata.

L’Islâm parte da una base realistica, e non descrive il mondo così come ci piacerebbe che fosse, con gli agnellini accarezzati da belve feroci, tipo l’iconografia di certe chiese statunitensi. La vita contempla anche il combattimento, la lotta, e chiunque lo sperimenta ogni giorno. La guerra fa parte della vita degli uomini e delle comunità. Ma l’importante è stabilire delle regole che assicurino il rispetto di alcune garanzie fondamentali e, soprattutto, contribuiscano a ristabilire al più presto le condizioni per una pace con giustizia e quindi duratura.

Dunque, per evitare fraintendimenti, bisogna spiegare che cosa è il jihâd, nel 99% dei casi tradotto con “guerra santa” senza aggiungere altro, senz’altro in malafede quando si tratta di inviati che da anni stanno al Cairo o a Gerusalemme (senza sapere l’arabo!). Di nuovo, dobbiamo rivolgerci all’etimologia. La radice triconsonantica jîm-hâ’-dâl (j-h-d) veicola i significati di “sforzo”, “impegno”, “assiduità”, “applicazione con zelo”. La forma verbale jâhada significa “combattere qn.”, ma al-jihâd fî sabîl Allâh è “il combattimento sulla Via d’Iddio”, un “sacro sforzo” per avvicinarsi a Lui. Qui l’Islâm distingue due tipi di jihâd: il “grande jihâd”, che è quello contro le proprie passioni, contro l’anima concupiscente dispersa nella molteplicità [la nafs ammâra bi-s-sû’: “il sé, l’anima che comanda il male”], ed un “piccolo jihâd”, quello da svolgere con le armi in difesa della comunità. Quest’ultimo, come è scritto nel Corano, non ha niente a che vedere con la guerra indiscriminata o “totale” moderna, dove le prime vittime sono le popolazioni civili proprio perché non esiste più la distinzione tra militari e non, essendoci un solo soggetto che svolge operazioni di “polizia internazionale” a caccia di ‘fuorilegge’ (e i popoli lo sono nella misura in cui sostengono i “dittatori”: per questo c’è l’embargo…), come nella migliore tradizione western. Tutto nel jihâd è sottoposto a regolamentazione: dal trattamento del prigioniero, alla spartizione del bottino eventualmente preso al nemico. Ma, ribadisco, il jihâd interiore deve prevalere su quello esteriore, anche mentre si svolge quest’ultimo, il che – s’intuisce – preserva il combattente dal commettere inutili efferatezze.

Purtroppo – e qui è evidente un processo degenerativo influenzato dall’importazione di una prassi politica non islamica – molti movimenti islamisti (lo studioso, invece, è un “islamologo”) assolutizzano il concetto di “piccolo jihâd” e ne fanno il jihâd tout court: in ciò sono assimilabili ai gruppi rivoluzionari laici, con l’unica differenza che cercano una legittimazione di tipo religioso. Detto questo, non vuol dire che i vari Bin Laden s’inventino dei problemi dal nulla: è semmai il tipo di risposta che danno che andrebbe sostituita con altre più genuinamente islamiche, ma non certo far finta che tutto vada bene e limitarsi a conformistiche e rituali pubbliche condanne, comprese quelle di “musulmani moderati” talvolta davvero patetici nel loro goffo tentativo d’ingraziarsi i nemici dell’Islâm. Già che ci sono, “musulmano moderato” non significa niente, se non “musulmano funzionale”, poiché l’Islâm ricerca sempre la moderazione, la “via mediana”, rifuggendo le esagerazioni».

E qui chiudo la lunga autocitazione, tratta da una mia raccolta di articoli, saggi ed interviste intitolata “Islamofobia. Attori, tattiche, finalità”, pubblicata nel 2008, che spero di poter ripubblicare presto in un’edizione ampliata ed aggiornata ai successivi sviluppi del problema.

A proposito di “aggiornamenti”, uno lo si può affrontare anche subito.

Si tratta del termine “jihadisti”, perlopiù scritto (e pronunciato) – come detto – “jiadhisti” o “jidahisti”.

Qui siamo di fronte ad una evoluzione, in senso negativo e limitativo, della nobile parola mujâhid (pl. mujâhidûn / în), che corrisponde a colui che compie il “combattimento” – interiore prima, esteriore poi – di cui alla lunga autocitazione. Nella storia araba ed islamica, fior di esponenti dell’esoterismo islamico sono stati mujâhid, dall’emiro algerino ‘abd el-Qader al più noto, per noi italiani, ‘Umar al-Mukhtar.

È avvenuto infatti che, a causa di una progressiva “politicizzazione” di concetti eminentemente spirituali, che ha prodotto tra gli altri il passaggio da muslim (”musulmano”, che segue e pratica la Via dell’Islam) a islâmî (“islamico”, ovvero militante o simpatizzante di un movimento politico “islamista”), dal concetto inteso in maniera riduttiva di jihâd, che ha il suo participio attivo in mujâhid, si è passati al neologismo jihâdî (“jihadista”), che identifica chi è rivolto primariamente ad un “combattimento” esteriore contro i “nemici dell’Islam” che egli ed i suoi capi individuano variamente a seconda della loro “ideologia islamica” di riferimento.

Ora, sia islâmî che jihâdî sono due aggettivi “di relazione”, i quali prevedono anche un uso sostantivale, mentre muslim e mujâhid sono due participi attivi, che indicano quindi, rispettivamente, “colui che compie” l’atto di “sottomettersi, arrendersi, abbandonarsi” al decreto divino, e quello di “combattere, sforzarsi, sulla Via d’Iddio”. Dunque, in questi due ultimi concetti (nomi per l’appunto “d’agente”, in Arabo) vi è un atteggiamento eminentemente attivo, che caratterizza tutto l’approccio del musulmano consapevole, checché ne pensino quelli che lo tacciano di “fatalismo” in senso deteriore e stereotipato.

Il fatto che da due participi attivi si sia passati, per quanto riguarda i moderni epigoni delle varie “ideologie islamiche”, a due aggettivi la dice lunga su come anche nel contesto arabo e musulmano abbiano fatto breccia i cosiddetti “-ismi”, che noi ben conosciamo, essendo la nostra storia (compresa quella delle idee) caratterizzata da una superfetazione di “-ismi” che altro non sono se non delle assolutizzazioni di concetti che, al loro livello, hanno un loro grado di “realtà”, e dunque di pertinenza, ma che resi praticamente il “centro”, un centro fasullo ed illusorio di tutto un “sistema” di pensiero, hanno solo prodotto disastri su ogni piano le cui conseguenze le paghiamo ancora.

È così evidente, che il fiorire di “-ismi” anche in ambito arabo e musulmano è nient’altro che lo specchio dell’espandersi a tutto il mondo di una malattia, di una progressiva incapacità di concepire ciò che va oltre le limitazioni dell’ego, la quale all’insegna del riduzionismo e dell’assolutizzazione di ciò che è relativo sta travolgendo il genere umano in conflitti sempre più distruttivi, dove ad affrontarsi, purtroppo, troviamo degli “avversari” che a ben vedere si somigliano più di quanto non sembri all’osservatore superficiale. Che, comprensibilmente spaventato e reso oltremodo islamofobo, si accontenta di sentir parlare di “jiadhisti” o “jidahisti” come sinonimo di “musulmano”!

Enrico Galoppini

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